Paradisi fiscali, Nidvaldo über alles

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Stando a quanto riferisce l’istituto Bak Economics, il piccolo cantone della Svizzera centrale nel 2025 sarà il luogo fiscalmente più attrattivo del mondo. Il che è davvero tutto dire. Soprattutto se pensiamo a come le tasse siano indispensabili a costruire scuole, ospedali, strade ponti e così via. E quindi pensare che tutti debbano pagare percentualmente in egual misura senza sconti o scorciatoie sarebbe il minimo. E invece non è affatto così.

Non lo è perché, in virtù di una recente riforma, Nidvaldo sarà il luogo più vantaggioso al mondo per l’imposizione fiscale delle aziende. Scalzando dalla vetta della classifica perfino Hong Kong. L’imposizione effettiva per le aziende sarà di poco meno del 10%. Un conflitto economico il cui terreno di scontro non è però soltanto internazionale. Vede infatti confrontarsi tra loro, in una guerra al ribasso, molti Cantoni. A confermarlo il fatto che l’imposta media nazionale sulle società scenderà dal 16,8% al 13,5% entro il 2025.

A livello svizzero, alle spalle del primo in classifica, troviamo Uri al 10,0% e Sciaffusa, Obvaldo e Appenzello Esterno al 10,3%. Certo, la Svizzera non è sola in questo gioco al massacro in cui a perderci miliardi di tasse c’è la redistribuzione equa della ricchezza a livello globale. Additarci e metterci alla berlina senza tenere conto che nel novero dei paradisi fiscali siamo davvero in buona compagnia, sarebbe ingiusto. Lussemburgo, Isole Cayman, Irlanda, Mauritius, Bermuda, Principato di Monaco e Bahamas, c’è davvero l’imbarazzo della scelta.

I Paesi dove si pagano meno tasse, dove società e privati spostano capitali, fondano società off-shore, godendo di tasse irrisorie o in alcuni casi addirittura inesistenti sono ancora troppi e a dimostrare che l’avidità riguarda tutti nessuno escluso, bastano giusto due esempi. Due società tanto brillanti nel accumulare profitti quanto virtuose nello schivare l’oliva del pagare il giusto quando si tratta di tasse. Amazon, per esempio, aveva la sua sede europea e trasferiva tutti i guadagni delle vendite realizzate in Europa attraverso il suo ufficio nel Lussemburgo.

Il gigante dell’e-commerce è stato però costretto ad abbandonare la pratica e a far gestire la vendita a delle filiali localizzate dopo che l’Unione Europea ha aperto un’indagine sulle sue evasioni fiscali. C’è poi Apple, che ha registrato oltre 180 miliardi di dollari di profitti off-shore attraverso le sue filiali internazionali, evitando così di dover pagare poco meno di 60 miliardi di dollari in tasse statunitensi.

Sì, perché accanto ai paradisi fiscali, da sempre, c’è chi senza farsi alcun scrupolo (super ricchi e multinazionali miliardarie) ne approfitta a mani basse, senza rendersi conto che i soldi sottratti sono risorse in meno a disposizione dell’intera collettività e, in definitiva, andranno a incidere su di un impoverimento che sul lungo periodo costerà in particolare a quella classe media che, da sempre, fa da traino a una sana e prospera economia globale.

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