Quella giada color morte

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È difficile trovare una ragazza, ricca o povera che sia, che non ne porti almeno un pezzetto al collo. I cinesi, sin dall’era neolitica, hanno attribuito poteri mistici alla giada. Ancora oggi la credono capace di donare salute e potere. La giada è considerata una pietra portafortuna. Molto meno fortunata è invece la vita di chi la estrae dalle miniere.

Pochi giorni fa in Myanmar (un tempo conosciuta come Birmania), in una miniera nello Stato di Kachin al confine con la Cina, un crollo prodotto dalle forti piogge ha causato la morte di oltre centocinquanta persone. Una montagna di detriti ha travolto un’orda di miserabili lavoratori intenti a martellare frammenti rocciosi dai quali poter recuperare qualche pezzetto di giada da vendere poi per pochi soldi.

La giada possiede colori diversi: dal bianco, al viola passando per il blu, ma è quella di un verde intenso simile a quello degli smeraldi a essere la variante più pregiata e ricercata. Estratta per la quasi totalità in Birmania, è sempre più richiesta dalla classe media cinese. E il viaggio di questa pietra colorata, dalle miniere alle gioiellerie, è troppo spesso sinonimo di sfruttamento e diritti negati.

Il governo birmano riesce a controllare solo una minima percentuale delle esportazioni. Alla base di tutto l’assoluta povertà e la corruzione dilaganti in questo Paese dell’Asia Sudorientale. I cavatori, che lavorano come degli schiavi, non riescono a guadagnare neppure un dollaro al giorno. La giada viene estratta a partire dallo strato superficiale del giacimento, scavando fino a raggiungere lo strato contenente il minerale. I pezzi di giada di maggiori dimensioni e più pregiati vengono destinati all’esportazione.

Gli scarti, contenenti i frammenti più piccoli, sono invece depositati sul fianco delle colline dove una folla di disperati, manco si trattasse di un girone dantesco, vivono accampati in tende di fortuna. Ed è proprio una di queste discariche che ha ceduto, cosa che peraltro era già successa altre volte in passato. Una sciagura destinata a ripetersi molto presto, identica.

Quando pensiamo all’aggettivo “insanguinato” riferito ai metalli o alle pietre preziose, a venirci subito in mente sono innanzitutto i diamanti, l’oro e poco altro. Di sicuro, non la giada. Un business enorme che fa gola a molti, in primis alla Cina. E, in generale, l’impressione è che l’attenzione internazionale sulle condizioni di vita disumane di chi lavora all’estrazione della giada, sia minore, se paragonata a quella che si ha per altri commerci e contrabbandi di materie prime

. Molto del commercio e dell’estrazione della giada avviene infatti “sottobanco”, lontano dai riflettori, e secondo la Ong ambientalista Global Witness già nel 2014 il giro d’affari diviso tra militari, indipendentisti e compagnie cinesi superava i 30 miliardi di dollari.

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