Riposa in pace, fratello alla deriva

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In Sicilia, e al sud Italia in generale, ai morti è dedicato una sorta di culto, che si estende anche al corpo fisico seppur privo di vita. Il cadavere (perché questo è) si tiene, o meglio, si espone in casa, in mezzo alla sala principale, sul tavolo apposito, a volte già nella bara, altre no. Ben vestito, ripulito, con le scarpe nuove, circondato da fiori e candele che a volte servono a coprire il lezzo della dissoluzione della carne. Resta là almeno 24 ore, prima del funerale, il tempo che amici e parenti possano venire a rendere omaggio, a volte anche di più se deve arrivare qualcuno di caro, perché lo veda per l’ultima volta. Il morto si veglia, tutta la notte, non si sa mai si senta da solo. Ci si raccoglie intorno al cadavere a raccontare aneddoti, fatti di vita, a volte, in alcuni paesi dell’entroterra, lo si piange con vere e proprie cantilene che ne raccontano gli ultimi attimi di vita e lanciano messaggi da riportare ai cari già estinti. E poi c’è la sepoltura, con tutti gli onori, il corpo viene conservato finchè ne resta ancora qualcosa.

A poche centinaia di chilometri da dove avviene questa venerazione della salma, c’è un uomo, non  al centro del salotto di casa ma in mezzo al mare su un gommone, non ha il vestito migliore addosso ma i brandelli degli stracci che i flutti non hanno ancora dissolto, non è circondato da fiori e candele ma da onde e schiuma,  non ci sono amici e parenti a rendergli omaggio, ma solo i pesci a fare cibo del suo corpo morto, a vegliarlo solo la luna che illumina la sua pelle gonfia d’acqua, coperta d’alghe. Non è là da 24 ore, ma da due settimane. E non aspetta nessuno, nessuno viene a rendere omaggio alla sua salma salmastra. Nessuno racconta aneddoti e storie di quest’uomo, perché quest’uomo una storia non ce l’ha, non ha neanche un nome, probabilmente adesso neanche più un volto. 

Per quest’uomo non c’è ancora stato nessun onore funebre, nessuna esequia. Nessuno ha avuto non dico venerazione, ma nemmeno elementare pietà di questo corpo senza più l’alito della vita, sbattuto dalle onde, corroso dalla salsedine. Per lui nessuna pietosa sepoltura, quell’umano gesto che in tempi antichi veniva concesso persino al nemico, perché l’anima non vagasse senza pace, e anche in tempi recenti trovava tutti d’accordo su una tregua per raccogliere e portar via i proprio morti. 

Il corpo si trova in zona SAR libica, quella controllata da quella guardia costiera a cui giovedi  scorsoil parlamento italiano ha concesso ulteriori fondi, votati non solo dal centrodestra, ma da quel PD la cui assemblea aveva già dato parere contrario e che in aula ha evidentemente preferito logiche di mantenimento del potere votando per il SI insieme alla Lega e a tutta la destra. (leggi sotto ) 

Quella guardia costiera libica che spara sui migranti, quando non li lascia annegare, che li riporta indietro dai loro aguzzini nei lager gestiti dai tagliagole ai quali i governi occidentali hanno affidato, con fiducia evidentemente mal riposta, il compito di cani da guardia contro “l’invasione” dei disperati. 

Quella guardia costiera libica che da 15 giorni lascia che un corpo vaghi alla deriva, senza una sepoltura, senza neanche una fossa comune in cui essere calato, senza la pietà di un pugno di terra a coprirne le membra putrefatte. 

Siamo arrivati, probabilmente, al fondo dell’umanità, e stiamo ampiamente raschiando: quando non si ha pietà neanche dei morti, quando non viene concessa una pietosa sepoltura, quando si lascia un corpo a essere divorato dai pesci, l’umanità sprofonda in un baratro.

In un impeto di rabbia, viene da augurarsi che il suo spirito inquieto vaghi oltre il mare, fin sulla terra, e perseguiti chi gli impedisce di avere, almeno nella morte, quella pace che gli è stata negata in vita. Riposa in pace, fratello nostro, mai augurio fu più sincero.

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