Vittorio Gassman, il mattatore

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Il 29 giugno di vent’anni fa, Vittorio Gassman moriva nella sua casa di Roma a causa di un improvviso attacco cardiaco. Si spegnerà nel sonno, mentre stava dormendo, lontano dai riflettori. Aveva 77 anni. Sepolto nel cimitero romano del Verano, sulla sula lapide, una piccola lastra di pietra a forma di libro aperto, c’è inciso il seguente epitaffio, una battuta voluta da lui stesso: “Non fu mai impallato!”.Impallare, che nel gergo dello spettacolo, significa coprire con il proprio corpo un altro attore sottraendolo alla vista del pubblico o all’obiettivo della telecamera.

Con la sua morte si chiudeva anche la carriera di uno dei più grandi attori italiani di sempre. Una carriera ricca di ruoli interpretati sia al cinema che a teatro, spaziando tra commedia e tragedia, eccellendo in entrambe. Sempre con grande professionalità, quasi al limite del maniacale. Dotato di una versatilità e di un magnetismo diventati il suo tratto distintivo. Una specie di marchio di fabbrica che si ritrova in una lunga serie di successi, come nel caso de “La grande guerra” del 1959, il film di Mario Monicelli, interpretato al fianco di Alberto Sordi. Un racconto intriso di sarcasmo, divertente e amaro, attualissimo ancora oggi per il suo messaggio universale riguardo all’insensatezza della guerra.

Nel 1962 è l’assoluto protagonista di un altro capolavoro: “Il sorpasso” di Dino Risi. Qui interpreta il ruolo di un simpatico cialtrone, di una mezza canaglia figlia dell’Italia del boom economico. Uno sbruffone pieno di sé, al punto che in Francia il film si chiamò “Le farfallon”, perfetta definizione del ruolo interpretato da Gassman. Quello di uno che deve sempre sorpassare. Anche quando è vietato. Mistificando sempre la realtà e vivendo alla giornata. Un film con un finale tragico e inaspettato che rende ancora più cristallina la storia e la parabola del protagonista. Ma a farsi notare al cinema, Vittorio Gassman, ci pensa già nel 1949 con il film drammatico di Giuseppe De Santis “Riso amaro”, al fianco di una stellare Silvana Mangano. Candidato all’Oscar nel 1951 per il miglior soggetto e inserito in una speciale classifica con i 100 film italiani da salvare, “Riso Amaro” è senza dubbio una delle migliori opere del Neorealismo.

Ci sono poi “I soliti ignoti”, i due capitoli de “L’armata Brancaleone”, “In nome del popolo italiano”, “Profumo di donna”, “La famiglia” e tantissime altre pellicole che ne hanno immortalato appieno la vena istrionica, perché Vittorio ha macinato anche tantissimo teatro e altrettanta televisione. Leggendo sia Dante che le etichette dei capi delicati. Perché Vittorio era un uomo dotato di grande ironia e anche d’autoironia. Nato a Genova il primo settembre del 1922, figlio di Heinrich Gassman, un ingegnere tedesco in Italia per lavoro. Appassionatosi fin da ragazzo alla recitazione, frequenterà l’Accademia nazionale d’arte drammatica. Ad accompagnarlo per tutta la vita, e a incidere sulla sua professione, c’è però un altro scomodo compagno di viaggio, quel male oscuro che lo porterà a soffrire di depressione per buona parte della sua vita.

Pensando al grande schermo Gassman diede il suo meglio tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, sebbene anche in seguito ci regalerà prove attoriali di grande intensità. A conferma del suo talento, nel 1965, il New York Times Magazine avrebbe scritto di lui: “Probabilmente non c’è in tutta Europa un altro attore in grado di rappresentare così bene un uomo che perde tutta la sua dignità mentre allo stesso tempo si aggrappa alle briciole del rispetto per sé che gli restano. Recita con sensibilità e tensione interiore; la sua faccia, nonostante i lineamenti classici, è infinitamente mobile ed espressiva”.

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