“A lei piace scopare”

Di

“A LEI PIACE SCOPARE”

È una frase che leggo spessissimo sui social. E che sento anche, in giro, per strada, al bar, in autobus, nei discorsi di tutti i giorni.
Che presa alla lettera sarebbe la cosa più ovvia e scontata del mondo. Nel senso: fermo restando con chi si è scelto e con chi ci attrae, ovvio che a tutti piaccia scopare. Almeno si auspica e si spera che sia così.
Eppure in questa storia di normale non c’è proprio niente, perché non è assolutamente questo il senso con cui la frase viene scritta e pronunciata.

Non più tardi di una settimana fa, al bar dove stavo facendo colazione, è arrivata una ragazza. Molto giovane e molto bella, con un vestito molto corto. Appena se ne è andata, gli avventori del bar hanno commentato dicendo che, appunto, “a lei piace scopare”. Aggiungendo anche “ne vuole un bel po’”.
Che tradotto significa che a una donna “perbene” non piace scopare e una donna “perbene” non mette vestiti così corti. Perciò se una donna mette vestiti così corti è una mignotta e quindi le piace scopare. Con chiunque e a prescindere, s’intende.
Una giornata sfortunata, una fortuita concentrazione di brutte persone con pensieri idioti in testa? No, perché è stata solo l’ultima in ordine cronologico di una serie di scene pressoché identiche viste e sentite infinite volte, di continuo.

Poi ieri, vagabondando su internet. Mi fermo a guardare il primo episodio di una serie tv che mi avevano consigliato e mi ero perso. A metà puntata c’è una scena di sesso con tanto di nudo integrale dell’interprete femminile.
Sotto il video, decine e decine di commenti: “che porca”, “ma quanti ne vorrà?” e via dicendo.
E ovviamente, l’immancabile: “si vede che le piace scopare”. Riferito chiaramente non al personaggio, ma all’attrice. Stessa identica logica del bar, ma con l’aggiunta: “siccome fai l’attrice sei una mignotta, perché una donna “perbene” non si mette certo a girare queste scene”. Strano che nessuno si sogni di dire che, per esempio, Anthony Hopkins, famoso soprattutto per la parte di un noto cannibale psicopatico, sia da rinchiudere in manicomio o che comunque non sia una persona “perbene”.

Più tardi, sui social, ecco la foto di una ragazza (non famosa) che ha posato per la pubblicità di uno stabilimento balneare. Ovviamente anche a lei piace scopare, ribadito in più di un commento, in mezzo a decine di apprezzamenti decisamente pesanti.

Infine, stamattina. Cercando altro, mi è tornato fuori un articolo di qualche settimana fa, dove una arcinota pop star dichiara di voler essere ricordata “come una puttana”. Ovvia l’ironia dell’artista e, soprattutto, ovvia la provocazione proprio verso chi, da decenni, la insulta dandole della puttana.
Siccome ironia e provocazione sono figlie dell’intelligenza, accanto a chi proprio non è riuscito a coglierle, scandalizzandosi per la dichiarazioni, quelli che non sanno far altro che rispondere rincarando beceraggini, insulti e violenze verbali. Tra cui, in mezzo alle centinaia di “è quello che sei, schifosa”, l’immancabile “lo sappiamo che ti piace scopare”.

So già che qualcuno (molti) commenterà tutto questo con un’alzata di spalle, con un “e allora?”, non ci vedrà alcuna gravità e tenderà a minimizzare. Perché “che vuoi che sia”, “sono cose dette così”, “goliardate”, “stanno dicendo che ha un bel culo, è un complimento, dovrebbe essere contenta”.
Invece no, tutto questo non è normale, non è una goliardata e non è innocente.
È il volto quotidiano, falsamente ridanciano e tragicamente accettato di una cultura orrenda e violenta che ancora oggi regna molto più che sovrana. Che all’apparenza si indigna per la segregazione femminile di altre culture ma che nella pratica ha della donna la stessa concezione, se non peggiore (di sicuro, più ipocrita). Che di una donna ancora oggi non accetta il piacere sessuale, la libertà, l’indipendenza, l’autodeterminazione. Che una donna è colpevole se gira con vestiti corti, se mostra il suo corpo, se rivendica la propria libertà. Che una donna è colpevole per il semplice fatto di essere donna.
Sempre oggi ho appreso dai giornali la notizia della tragedia di Daisy Coleman, ragazza statunitense morta suicida a soli ventitré anni. A quattordici anni Daisy era stata stuprata durante una festa da un gruppo di coetanei che poi, nei mesi e negli anni a venire, avevano continuata a torturarla in rete assieme ad altri amici. Nel 2016 aveva trovato il coraggio di raccontare lo stupro e le persecuzioni telematiche in un documentario andato di recente in onda su Netflix.
Un coraggio che non è bastato a salvarla dal dolore e dalla solitudine (nessuno dei suoi stupratori è mai stato condannato). Anche a lei dicevano che se l’era cercato, con quei vestiti corti; anche a lei ripetevano fino all’ossessione che aveva provocato e che adesso non doveva lamentarsi.
Anche a lei dicevano che le piaceva scopare.

E ogni volta che ripetiamo quella frase, anche noi siamo colpevoli del suo calvario, del suo stupro e della sua morte. E delle migliaia di violenze che ogni giorno, in nome della logica del “tanto a lei piace scopare”, si consumano su donne innocenti all’ombra di questo meraviglioso e scintillante mondo libero.

Riccardo Lestini

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

SOSTIENI GAS NO,GRAZIE!