Appunti di viaggio dall’Asia – capitolo cinque

Di

Michele Strozzi, classe 1969, ex titolare di una storica libreria di Biasca, turista per caso e ciclista improvvisato, alla fine del 1992 parte per l’India, senza avere un itinerario preciso. Non alla ricerca dello Shangri-La, ma di sicuro alla scoperta di luoghi e paesaggi mozzafiato. Questo è parte del resoconto di quel viaggio e delle emozioni che hanno accompagnato il nostro instancabile viaggiatore.

Satpara Lake

Il proprietario della locanda mi dice che la zona è raggiungibile solo con le jeep, impossibile arrivarci in bicicletta. Ovviamente non gli do retta. Se la strada è percorribile da una jeep perché non dovrebbe esserlo per una mountain bike? Me ne pentirò amaramente. Dopo aver fatto scorta di viveri per tre/quattro giorni parto alla volta del Satpara Lake, a pochi chilometri da Skardu. Quasi subito la strada inizia a salire, in sei chilometri ci si alza di quattrocento metri. Mi accampo in fondo al lago, il posto è idilliaco: la montagna si specchia nel lago color cobalto attorniato da un verde pascolo. Ho percorso appena otto chilometri, sarà la tappa più breve in assoluto.

Poco dopo aver montato la tenda si avvicina un pastore di pecore e mi fa capire che vuole del denaro. La cosa mi sembra assurda, mi rifiuto di pagare per campeggiare in questo luogo semideserto. Costeggiando il lago avevo notato un ristorante. Lascio tutti i miei bagagli nella tenda e ritorno sui miei passi per un pranzo a base di pesce. Ottima scelta. Dopo un paio d’ore ritorno al mio accampamento, nessuno ha toccato niente. Dei pastori ci si può fidare. Per cena mi preparo una minestra di verdure con la pentola a pressione. Tutto sommato l’intruglio risulta essere mangiabile. Alle sette di sera è già buio. Alle otto e trenta sono ormai rintanato nel mio sacco a pelo. È la prima volta che campeggio da solo. Dentro la mia piccola tenda mi sento al sicuro, nessun timore.

Il 25 agosto parto per quella che si rivelerà un tappa massacrante. Alla fine del pianoro la strada si impenna ma è ancora pedalabile. Poi la pendenza si fa proibitiva, a tratti oltre il venti percento. In questi punti è impossibile pedalare fuori sella poiché la ruota posteriore slitta sul fondo sterrato. Spesso sono costretto a spingere la bici. Lungo il tracciato non ci sono tornanti, la strada tira dritto verso l’alto accanto al torrente. Con 25 kg di bagagli lo sforzo è estremo. Inoltre non sono certo in perfetta forma. Mi abbevero al riale che scorre accanto alla pista, non ho altra scelta. Quando finalmente guadagno l’altopiano sono stremato. Ho impiegato quasi tre ore per percorrere poco più di dieci chilometri alzandomi di circa mille metri. Il paesaggio è spettacolare con le alte vette che attorniano l’altopiano.

Le difficoltà non sono finite, la zona è percorsa da innumerevoli piccoli corsi d’acqua. Per superarli sono costretto a togliermi le scarpe e spingere la bici. L’operazione si ripete quattro o cinque volte. A fine pomeriggio guardo un vero e proprio fiume e mi accampo sulla sponda opposta. Ora capisco perché mi dicevano che la zona era percorribile solo dalle jeep. Certo, senza il fardello dei bagagli sarebbe stata tutta un’altra cosa, quasi una passeggiata.

Poco dopo arrivano dei pastori nomadi che si accampano vicino alla mia tenda. Si spostano a cavallo, molto più adatto della bicicletta. Uno di loro ha mal di denti e mi chiede medicine. L’unica cosa che posso dargli è una Aspirina. Ovviamente nessuno di loro parla l’inglese, si comunica a gesti. Passo la serata in loro compagnia attorno al fuoco. A quattromilaquattrocento metri la notte è abbastanza rigida, attorno ai 10 gradi. I pastori dormono avvolti da pesanti coperte sotto le stelle. Sono felice di avere una tenda e un sacco a pelo.

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