Appunti di viaggio dall’Asia – capitolo quattro

Di

Michele Strozzi, classe 1969, ex titolare di una storica libreria di Biasca, turista per caso e ciclista improvvisato, alla fine del 1992 parte per l’India, senza avere un itinerario preciso. Non alla ricerca dello Shangri-La, ma di sicuro alla scoperta di luoghi e paesaggi mozzafiato. Questo è parte del resoconto di quel viaggio e delle emozioni che hanno accompagnato il nostro instancabile viaggiatore.

Finalmente a Skardu

Dopo trentacinque chilometri giungo in un piccolo villaggio dove c’è una guest house e decido di fermarmi per la notte. Ovviamente sono l’unico ospite e anche l’unico straniero in circolazione. La sera, se possibile, mi sento ancora più solo. Cosa ci faccio in questa valle inospitale? Pedalare è l’antidoto contro questo stato d’animo. Una forma di meditazione. Spingere sui pedali, concentrarsi sulla strada e non pensare ad altro. Anche questo è il bello del viaggiare in bicicletta.

L’indomani riparto di buon mattino, c’è ancora parecchia strada da fare. Sempre in salita costeggiando il fiume. La valle è stretta, poco interessante. Penso solo a pedalare, a macinare chilometri. Voglio arrivare a Skardu e davanti a me ci sono ancora circa cento chilometri, il caldo è soffocante, bisogna bere molta acqua. Per fortuna qui la valle è più densamente popolata e ci si può rifocillare facilmente. L’orizzonte inizia ad allargarsi. Nel pomeriggio decido di fermarmi, meglio non forzare.

Trovo rifugio in una guest house governativa concepita per ospitare alti funzionari dello Stato. Dopo una bella doccia rigenerante mi allungo sul letto per il meritato riposo. Consumo la cena nella stessa guest house poiché il villaggio non offre nient’altro. Il giorno seguente riparto sicuro di raggiungere la meta entro il pomeriggio. Ora il tracciato è più pianeggiante, la pedalata risulta essere più piacevole. 

A circa trenta chilometri dal mio obiettivo, una leggera distrazione mi è fatale. Senza neanche accorgermene mi ritrovo steso per terra nella polvere. La caduta mi provoca abrasioni al gomito, ginocchio e all’anca. Quella più grave interessa il ginocchio sinistro. Un passante si avvicina per sincerarsi delle mie condizioni. Per verificare la ferita all’anca, abbasso lievemente i pantaloncini. Il vecchio, accompagnato da una ragazzina, si allontana per evitare alla fanciulla visioni oscene.

Abrasioni a parte, non ho subito danni. Nei paraggi non c’è nemmeno un ruscello dove lavarmi e quindi riparto così come sono con la gamba ed il braccio sporchi di sangue e sabbia. Questa mia leggerezza avrà delle conseguenze. Pedalo con rabbia sulla strada sterrata, gli ultimi chilometri sono praticamente pianeggianti. Arrivo a Skardu nel primo pomeriggio e mi fermo nella prima guest house che mi si para davanti. Mi faccio una doccia e disinfetto alla belle e meglio le ferite. Altro errore.

Qui ci sono altri turisti, ma non sono in vena di fare amicizie. Il giorno seguente vado da un medico per farmi visitare. Lo stesso mi consiglia di assumere antibiotici ma non gli do ascolto.

Passo le giornate riposando e passeggiando per le strade di Skardu. Spedisco una missiva per Peter al fermo posta di Gilgit avvisandolo dell’accaduto e che prevedo di arrivare entro una settimana. Dopo appena tre giorni di sosta decido di ripartire sebbene la ferita al ginocchio non sia ancora rimarginata. Voglio raggiungere i Deosai Plains, un altopiano posto a quattromila metri che dista circa venticinque chilometri.

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