Appunti di viaggio dall’Asia – capitolo sei

Di

Michele Strozzi, classe 1969, ex titolare di una storica libreria di Biasca, turista per caso e ciclista improvvisato, alla fine del 1992 parte per l’India, senza avere un itinerario preciso. Non alla ricerca dello Shangri-La, ma di sicuro alla scoperta di luoghi e paesaggi mozzafiato. Questo è parte del resoconto di quel viaggio e delle emozioni che hanno accompagnato il nostro instancabile viaggiatore.

Dal Deosai Plains a Gilgit

Il giorno seguente si riparte e per mia fortuna la strada è molto più agevole. Incontro dei caschi blu dell’ONU che gironzolano con le loro jeep alla ricerca di posti buoni per la pesca. Le giornate sono lunghe, la pesca è un buon passatempo. Due di loro sono svedesi e mi chiedono come abbia fatto ad arrivare fin qui in bicicletta, sono esterrefatti. Li saluto e mi rimetto in cammino.

Ora finalmente la strada è pianeggiante. Dopo alcuni chilometri giungo ad un bivio e non so da che parte andare. Che fare? Imbocco la via che mi sembra essere la più ben tenuta. Per mia fortuna, dopo appena un chilometro, incontro un pastore che a gesti mi invita ad invertire la rotta. Mi stavo inoltrando nell’area off-limits del confine indo-pakistano. Mi è andata di lusso. Faccio dietrofront e punto verso ovest. Spesso mi fermo per riposare e per mangiare una manciata di albicocche secche. Mi mangio anche quella specie di mandorla che c’è dentro il nocciolo ignaro della sua tossicità.

Dopo una giornata molto stancante mi accampo vicino ad una piazza di atterraggio per elicotteri. Ho pedalato per cinque ore percorrendo circa cinquanta chilometri.

Poco distante ci sono alcune casupole abitate probabilmente solo nei mesi estivi, siamo sempre oltre i quattromila metri. In inverno la zona deve essere del tutto disabitata. Credo si tratti di una specie di alpeggio himalayano, o meglio del Karakorum.

Dopo aver piantato la tenda, mi preparo un bel minestrone di alta quota. Ovviamente al ristorante risulterebbe una brodaglia immangiabile. In questa situazione quasi estrema la minestra mi sembra squisita. Verso sera si avvicina un militare di pattuglia con la sua jeep per sincerarsi che il mio equipaggiamento sia idoneo ad affrontare la notte rigida.

Anche su questo altopiano remoto dimenticato da Dio non sono solo. La cima innevata del Nanga Parbat, la montagna killer, mi fa compagnia a venti chilometri di distanza. Il giorno seguente la ferita al ginocchio non si è ancora rimarginata ma mi sento abbastanza in forma. Si riparte e finalmente, dopo pochi chilometri, la strada è tutta in discesa. Me la sono meritata. Il sole non è ancora giunto a riscaldare la vallata. Mi fermo in un accampamento di nomadi per bere un tè caldo, ad aspettare che i raggi del sole riscaldino le mie membra. Mi trovo nella parte superiore della Astor Valley a quattromila metri di quota. Finalmente, dopo un’ora, arriva il sole e posso continuare il cammino.

Affrontare la discesa col freddo del mattino non era per niente piacevole. In pochi chilometri passo dai quattromila metri a poco più di tremila dove il paesaggio cambia completamente. Riappare un po’ di vegetazione. La strada deve essere sistemata di continuo, praticamente è un cantiere sempre aperto. Gli operai alloggiano in baracche poste nelle vicinanze.

Nel pomeriggio mi fermo nei pressi di una pineta per mangiare qualcosa, le mie provviste sono quasi esaurite. Mi rimangono biscotti, albicocche secche e un po’ di cioccolata. Il sole continua a splendere e devo bere parecchio. Mi abbevero con l’acqua dei ruscelli. Ho ancora qualche pastiglia Micropur da mettere nelle borracce per depurare l’acqua. Ad occhio mi trovo poco oltre i duemila metri di altitudine. La valle inizia ad essere popolata, è quindi facile trovare da sfamarsi.

Più sotto attraverso i primi insediamenti. Il fondo stradale migliora nettamente, pedalo con facilità. L’altopiano del Deosai sembra lontano anni luce. Una infrastruttura in pietra e cemento mi permette di superare un torrente largo trenta o quaranta metri senza scendere dalla sella. Una passeggiata.

Il traffico è inesistente, praticamente la strada è tutta per me. Ogni tanto incrocio un camion militare o che trasporta materiale da costruzione. La tappa non è impegnativa, mi sento bene, ma quando in serata giungo ad Astor, la stanchezza mi assale, ho percorso circa 60 Km. Trovo rifugio in una stamberga di pessimo rango. Ovviamente sono l’unico straniero in paese. Sono stanco e non ho appetito. La cosa mi preoccupa. La ferita al ginocchio è sempre più infiammata. La locanda è davvero deprimente ed inospitale, così come il padrone.

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