Appunti di viaggio dall’Asia – capitolo tre

Di

Michele Strozzi, classe 1969, ex titolare di una storica libreria di Biasca, turista per caso e ciclista improvvisato, alla fine del 1992 parte per l’India, senza avere un itinerario preciso. Non alla ricerca dello Shangri-La, ma di sicuro alla scoperta di luoghi e paesaggi mozzafiato. Questo è parte del resoconto di quel viaggio e delle emozioni che hanno accompagnato il nostro instancabile viaggiatore.

Verso Skardu

La Karakorum Highway è stata costruita grazie al governo cinese alla fine degli anni ’60. L’opera ingegneristica di grande spessore taglia in due la catena del Karakorum, una delle zone più impervie e meno accessibili al mondo. E’ forse l’unica via che collega l’Asia centrale con l’Oceano Indiano. I cinesi non l’hanno certo costruita per fare un atto di beneficienza. Anche dal punto di vista militare e strategico risulta essere un’opera fondamentale.

Il confine indo-pakistano è tutt’ora oggetto di contesa tra i due paesi e l’Aksai Chin – un altopiano disabitato situato a quattromila metri di altitudine – è sempre un dossier scottante nelle relazioni tra Cina e India. Negli anni Sessanta i cinesi ci hanno costruito una strada senza che gli indiani si accorgessero di nulla. La KKH detiene il record del valico di frontiera più alto al mondo con i suoi 4690 metri.

Ripartiamo verso Nord e verso le alte vette, la valle si fa sempre più stretta. Pochi chilometri prima di Gilgit scarico il mio cavallo e saluto l’amico Steve. E’ ora di tornare in sella. Sono dieci giorni che non si pedala. Il mio viaggio in solitaria inizia il 19 agosto nella Hunza Valley.

Ho deciso di fare una deviazione dal tracciato previsto per raggiungere Skardu, punto di partenza per scalatori e trekker verso il K2, Nanga Parbat, Gasherbrum I, Gasherbrum II e Broad Peak. Nel raggio di cinquanta chilometri – oltre ai cinque ottomila appena citati – ci sono un sacco di cime che superano i seimila metri che probabilmente non hanno nemmeno un nome. Pedalare da solo mi fa strano, non ho punti di riferimento. Sono un gregario orfano del suo capitano. Il mio compagno di strada è ormai lontano, è già in Francia.

Il mio viaggio è proprio cambiato, ora sono solo contro la montagna. Questa cosa mi renderà più forte e mi farà crescere. Ma questo ancora non lo posso sapere. Sotto il sole cocente della tarda mattinata percorro due chilometri sulla KKH prima di svoltare a destra e imboccare il ponte sospeso sul fiume Indus per poi inoltrarmi nella valle che porta a Skardu.

La strada costeggia un affluente dell’Indus ed è tutta un saliscendi. Dopo la pausa di dieci giorni le gambe sono un po’ legnose, non girano a dovere. Siamo a quasi duemila metri, il sole picchia, l’aria è secca e faccio fatica. Mi sento spaesato sono un estraneo. E’ difficile da spiegare. Non mi sono adattato alla nuova realtà. Il Pakistan è molto diverso dall’India dove sono rimasto per quasi otto mesi.

In India e Nepal mi sentivo al sicuro, protetto, a casa. Qui no, qui mi sento come un uccellino fuori dal nido. La religione è diversa, la cultura è diversa, la gente sembra meno aperta allo straniero. Anche il cibo è diverso anche se simile. Insomma in India tutto mi piaceva di più e viaggiare mi sembrava più facile e piacevole. La gente era più sorridente ed accogliente. Forse vedo tutto negativo anche perché sono solo. Troppi cambiamenti nel giro di una settimana. Scatto una foto alla mia bicicletta con sullo sfondo la cima del Nanga Parbat. Sarà una delle ultime foto del mio viaggio.

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