Appunti di viaggio dall’Asia – capitolo uno

Di

Michele Strozzi, classe 1969, ex titolare di una storica libreria di Biasca, viaggiatore per caso e ciclista improvvisato, alla fine del 1992 parte per l’India, senza avere un itinerario preciso. Non alla ricerca dello Shangri-La, ma di sicuro alla scoperta di luoghi e paesaggi mozzafiato. Questo è parte del resoconto di quel viaggio e delle emozioni che hanno accompagnato il nostro instancabile viaggiatore.

“Giunto in India per la prima volta nel dicembre 1992, ho viaggiato in treno e in autobus per tre mesi nel Sud del Paese per poi risalire verso Calcutta con lo scopo di raggiungere la zona himalayana, alla ricerca di nuovi stimoli. A Darjeeling ho visto per la prima volta le alte vette dell’Himalaya ed é stato amore a prima vista. Nello Stato del Sikkim, al confine con Tibet e Nepal, ho conosciuto Romuald, un francese che viaggiava in bicicletta. Questo incontro cambierà il mio viaggio al punto di decidere di acquistare una mountain bike per proseguire l’avventura al fianco del mio nuovo amico.”

Pakistan – Islamabad – agosto 1993

Dopo oltre 8 mesi trascorsi tra India e Nepal, i nostri permessi di soggiorno stanno per scadere e dobbiamo correre per varcare il confine in tempo utile. Dopo l’estensione del visto ottenuta a Srinagar in modalità poco trasparente, siamo praticamente costretti a lasciare il Paese. Da Amritsar raggiungiamo in bicicletta l’unico valico di frontiera tra India e Pakistan. Gli scambi commerciali tra i due Paesi sono ai minimi termini e siamo tra i pochi turisti che vogliono oltrepassare il confine, gli unici in bicicletta. Le pratiche doganali si svolgono senza intoppi. Avvicinandoci alla metropoli di Lahore il traffico si intensifica e pedalare è poco piacevole.

Appena giunti in città cerchiamo il modo di partire al più presto verso Nord. Troviamo facilmente posto su di un minivan che ci porterà a Rawalpindi dopo aver viaggiato per tutta la notte. Pedalare nella pianura dell’Indus sotto il sole di agosto non era proprio il caso. Inoltre, dopo le montagne del Ladakh e del Kashmir, la pianura non è per niente attrattiva. Trascorriamo una notte in uno squallido albergo per poi raggiungere la capitale amministrativa che si trova a sei chilometri da Rawalpindi. Islamabad è stata costruita dal nulla nel 1947, dopo la scissione dall’India e la fondazione del Pakistan.

Ci piazziamo al Tourist Camp, un campeggio non lontano dalle ambasciate. Era un po’ che non si dormiva in tenda. Il Ladakh è già lontano. Dopo otto mesi trascorsi in India avevo voglia di cambiare. Siamo in Pakistan da appena due giorni e già rimpiango la cara vecchia India. Anche Romuald la pensa così. L’India con le sue contraddizioni, il caos, le fogne a cielo aperto, le sue bellezze e i suoi abitanti era diventata la nostra casa, ci eravamo affezionati. Qui nella terra dell’Islam ci sentiamo quasi spaesati, fuori luogo. Il nostro scopo è quello di ottenere il visto per la Cina che ci era stato negato a Kathmandu ad aprile. 

L’abbiamo presa un po’ larga, è il minimo che si possa dire. La deviazione è stata di oltre duemila chilometri. Ne è valsa la pena, nel mezzo c’è stata la parte più bella del viaggio: il tratto di strada Manali-Leh-Srinagar rimarrà per sempre nella nostra memoria e nel nostro cuore. Durante il mese di luglio siamo praticamente sempre rimasti al di sopra dei tremila metri di altitudine, nel cuore dell’Himalaya.

L’idea iniziale era di entrare in Tibet direttamente dal Nepal ma, come detto, il visto ci era stato negato. Romuald non sta bene, non si è ancora ripreso dalla caduta di Sonamarg. Adesso soffre pure di problemi gastrointestinali. Deve aver bevuto del succo di frutta che lo ha scombussolato. Dopo due giorni dal nostro arrivo ci raggiunge Peter che si deve essere stancato di scopare la sua bella americana incontrata sul Lago Dal a Srinagar e ha deciso di rimettersi in sella.

Il richiamo della strada ha prevalso sull’amore. O forse non era amore ma soltanto un flirt estivo in terra straniera. Al campeggio incontriamo parecchia gente. Un inglese ha un bubbone grosso come una pallina da golf sulla schiena. Un francese, che professa di aver operato come medico in Vietnam si offre di intervenire chirurgicamente per risolvere il problema. Romuald, infermiere anestesista di formazione, nutre forti dubbi riguardo le competenze del sedicente medico dato che non si preoccupa nemmeno di sterilizzare il coltellino che intende usare come bisturi. Non sapremo mai come è andata a finire. 

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