Appunti di viaggio dall’Asia – ottavo e ultimo capitolo

Di

Michele Strozzi, classe 1969, ex titolare di una storica libreria di Biasca, turista per caso e ciclista improvvisato, alla fine del 1992 parte per l’India, senza avere un itinerario preciso. Non alla ricerca dello Shangri-La, ma di sicuro alla scoperta di luoghi e paesaggi mozzafiato. Questo è parte del resoconto di quel viaggio e delle emozioni che hanno accompagnato il nostro instancabile viaggiatore. 

Da Sust al Khunjerab Pass

Dopo circa un’ora di viaggio la strada ora costeggia un’immensa slavina che quasi certamente non avrà il tempo di sciogliersi. L’aria è decisamente cambiata, si è rarefatta. Ci siamo lasciati alle spalle l’asfalto già da un bel po’. I pochi autobus in circolazione arrancano lungo la strada dissestata. Mi sento di essere in Ladakh. Si procede alla media oraria di trenta chilometri. Di certo nei mesi invernali la parte alta della KKH non è percorribile. Arriviamo a destinazione nel tardo pomeriggio e trovo alloggio nell’unica guest house disponibile. Nel registro vedo che Peter, facendo il check-in, si è etichettato come “traveller” e non come turista. 

Mi trovo d’accordo col suo pensiero, noi ciclisti vogliamo distinguerci dagli altri. Il nostro modo di viaggiare ce lo permette. Questa cosa potrebbe essere interpretata come presunzione ma non è così. La fatiche che ci accompagna lungo la strada ci porta inevitabilmente a sentirci diversi dai turisti che viaggiano coi mezzi pubblici. Non c’è niente da fare. Peter ha quattro giorni di vantaggio su di me, è ripartito il 29 agosto. Sust funge soprattutto da posto di frontiera e da base militare. Siamo attorno ai tremila metri sul livello del mare. Il confine fisico con la Cina si trova a cinquanta chilometri da qui, ma le formalità doganali vengono espletate in questa località.

L’indomani decido che posso tornare a pedalare, mi sento abbastanza bene. Dopo un’abbondante colazione e dopo aver comperato frutta secca, biscotti e “2 minutes noodle soup” sono pronto a ripartire. Sono di nuovo sulla strada. Le formalità doganali si risolvono in una mezzoretta. Sono già le undici quando mi lascio alle spalle Sust e già so che non potrò raggiungere il passo entro sera. Nel primo tratto la strada è completamente dissestata e corre lungo il corso del fiume. È un continuo saliscendi, forse ho sottovalutato ciò che sto per affrontare. Poco dopo incontro un motociclista inglese di ritorno dal Khunjerab Pass in sella alla sua moto da fuoristrada. Appare sbalordito nel vedermi affrontare la salita in bicicletta. 

Mi rincuora dicendomi che più su il fondo stradale è meno sassoso e assomiglia di più ad una strada. In effetti dopo un paio di chilometri la valle si fa più ampia e la strada meno impegnativa. Procedo alla velocità media di dieci chilometri orari. Oltrepasso una specie di mini parco nazionale e una base militare, poi praticamente è il deserto. Al check post successivo un militare mi grida da cinquanta metri: “Where are you going?”. La riposta possibile è una sola: “China!”. Forse era l’unica frase in inglese di sua conoscenza o, chissà, forse voleva scambiare due parole con uno straniero un po’ pazzo.

Tiro dritto verso il mio obiettivo, qualunque esso sia. Mi trovo nella terra di nessuno. Ufficialmente ho lasciato il Pakistan ma la dogana cinese dista oltre cento chilometri. Ora la strada s’inerpica sulla sponda destra della valle e inizia la serie di tornanti. La difficoltà non sta nella pendenza ma bensì nel fondo sassoso e irregolare. Dopo quaranta chilometri le forze iniziano a mancare, è tempo di cercare un rifugio per la notte. Fortuna vuole che poco dopo noto una stalla abbandonata a pochi metri dalla carreggiata. La situazione è perfetta. Mi fermo e monto la tenda all’interno della casa al piano terra. La casupola in realtà è poco più di una stalla, ma mi offre un rifugio prezioso per la notte. Siamo approssimativamente attorno ai quattromila metri e di notte la temperatura si abbassa fino allo zero, potrebbe anche nevicare.

Nella stalla noto tracce che qualcuno ha lasciato di recente. Forse Peter si è fermato nello stesso posto, la cosa è molto probabile anche perché non ci sono altre costruzioni nel raggio di chilometri. Il mio unico punto di riferimento è il Khunjerab Pass a quota 4690 metri. Mancheranno una quindicina di chilometri. Non essendo munito del contachilometri mi baso sulle pietre miliari che rappresentano un aiuto prezioso. La KKH, in questo tratto, è poco trafficata. Probabilmente gli scambi commerciali tra Cina e Pakistan non sono molto intensi. Questo rende la mia avventura ancor più memorabile.

Grazie al mio fedele fornellino mi preparo la solita minestra dal sapore squisito. Me la sono proprio meritata. Al calar del sole la temperatura cala bruscamente e la notte arriva presto. Alle sette è già buio. A queste quote si suda poco anche durante il giorno grazie all’aria molto secca. Non mi sono mai beccato un giorno di pioggia, sono fortunato. Il cielo è stellato, questo significa che la notte sarà molto rigida. Alle otto sono già rintanato nel sacco a pelo North Face taroccato acquistato a Kathmandu.

Il giorno dopo mi sento bene anche se la ferita non si è ancora rimarginata. Il mio obiettivo è vicino e la giornata è soleggiata, perfetto! Raggiungere il passo e scollinare, psicologicamente, è sempre un momento importante. In questa occasione lo è ancor di più poiché coincide con l’entrata in terra cinese. Tutto sta per cambiare, una nuova sfida mi attende. Ancora qualche chilometro di fatica poi l’orizzonte si allarga e la strada torna ad essere asfaltata. Nella “no man’s land” il mio cuore vola libero sulle ali dell’entusiasmo. Le gambe ormai non sentono più la fatica. Ce l’ho fatta. Dopo le settimane trascorse con Romuald in Ladakh sono di nuovo sul tetto del mondo.

Arrivare da solo sul Khunjerab è una gran bella emozione. Ho percorso gran parte della KKH in camion e jeep, ma poco importa. Considerate le mie condizioni fisiche, rimane pur sempre una piccola grande impresa. Il valico è presidiato da due militari pakistani rintanati in una casupola dalle dimensioni ridottissime. Il loro compito è di sorvegliare, alzare e abbassare la barriera che segna il confine tra i due paesi. Di cinesi nemmeno l’ombra. Entro a firmare il registro e a bermi un “chai” gentilmente offertomi dai militari. Vedo che Peter ha sempre quattro giorni di vantaggio. Sul mio passaporto risulta che ho lasciato il Pakistan da un giorno ma in realtà oltrepasso il confine solo adesso. Il posto di frontiera cinese è lontano ancora 90 km. Alla fine rimarrò nella “no man’s land” per tre giorni.

Ed è con due citazioni di Nicolas Bouvier, il più grande viaggiatore svizzero che ci accomiatiamo anche dal nostro Michele Strozzi. 

“In viaggio, la cosa migliore è perdersi. Quando ci si smarrisce, i progetti lasciano il posto alle sorprese, ed è allora, ma solamente allora, che il viaggio comincia.”

“Noi crediamo di fare un viaggio, ma ben presto è il viaggio a farci o a disfarci”.  

Ma chi era Nicolas Bouvier? Un ginevrino fuori dal comune, uno scrittore dalla raffinatissima penna, un infaticabile viaggiatore, un fotografo curioso, un documentarista serio e affidabile.

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

SOSTIENI GAS NO,GRAZIE!