Appunti di viaggio dall’Asia – capitolo sette

Di

Michele Strozzi, classe 1969, ex titolare di una storica libreria di Biasca, turista per caso e ciclista improvvisato, alla fine del 1992 parte per l’India, senza avere un itinerario preciso. Non alla ricerca dello Shangri-La, ma di sicuro alla scoperta di luoghi e paesaggi mozzafiato. Questo è parte del resoconto di quel viaggio e delle emozioni che hanno accompagnato il nostro instancabile viaggiatore.

Da Astor a Karimabad

Il giorno seguente non sono in grado di pedalare e sono costretto a rimanere in questa stamberga totalmente inaccogliente. Passo la giornata tra la stanza e la bettola adiacente. È la prima volta che mi sento davvero in difficoltà. La depressione mi assale. Il giorno dopo carico bici e bagagli su di una jeep che mi porterà a Gilgit. Mai scelta fu più azzeccata. Il percorso per uscire dalla valle è molto difficile persino per le jeep. In ogni caso ripartire in bicicletta sarebbe stato improponibile se non addirittura folle.

Dopo tre ore circa su di una strada polverosa, ritroviamo la KKH e il viaggio diventa più piacevole. Non vedevo asfalto da dieci giorni. La denominazione “Highway” ha una sua logica anche se si tratta di una semplice strada di montagna. Ancora pochi chilometri ed entriamo a Gilgit, la capitale e unico agglomerato di una certa importanza dell’intera Hunza Valley a 1500 metri di quota. Sono di nuovo nel mondo civilizzato.

Presso la guest house dove alloggio incontro un inglese che mi dà un antibiotico a largo spettro e mi consiglia di prenderlo nel caso la situazione dovesse peggiorare. Sarà la mia salvezza. Nella notte infatti mi sveglio in un bagno di sudore e con l’aorta che mi pulsa. Prendo subito l’antibiotico in preda alla paura, temendo che l’infezione sia già andata in circolo. Per mia fortuna l’effetto è quasi immediato e al risveglio mi sento già meglio. Avrei dovuto dare ascolto al medico di Skardu. La mia cocciutaggine rischia di compromettere il prosieguo del viaggio.

Al fermoposta trovo un messaggio di Peter che è passato da Gilgit due giorni prima. È già ripartito in direzione del confine e mi dà appuntamento a Kashgar, ad oltre cinquecento chilometri da dove mi trovo ora. Ho la conferma che non posso contare su di lui. Devo cavarmela da solo. Trascorro le giornate riposando e mangiando per riprendere forza.

Qui nella bassa valle fa molto caldo e quindi decido di spostarmi più su per completare la mia convalescenza.  Malgrado il mio legame con Peter non sia dei più forti, spero di incontrarlo di nuovo in terra cinese.

Dopo tre notti e due giorni di riposo riparto con una jeep verso Karimabad, un villaggio ad oltre duemila metri sulla strada verso il confine, dove trascorro altri due giorni di riposo. Qui lo scenario è spettacolare. Di fronte al villaggio si stagliano vette di seimila metri all’apparenza del tutto inaccessibili. La vegetazione è ridotta ai minimi termini.

L’intera valle è aridissima e anche qui nel villaggio di Karimabad cresce solo qualche alberello nei pressi del corso d’acqua. In uno dei pochi ristoranti hanno incanalato l’acqua di un ruscello che viene usata per cucinare e rigovernare. Il canale attraversa il locale per tutta la sua lunghezza per poi immettersi di nuovo nel riale. Questa sì che si chiama acqua corrente. Geniale. Probabilmente funziona anche d’inverno se la temperatura non va sotto zero.

Mi sento abbastanza bene tanto che mi concedo una breve escursione a piedi sopra il paese dove si trova una specie di castello che domina l’intera valle, dove anticamente viveva il signorotto di turno. Di ripartire in sella alla mia compagna a due ruote non se ne parla, mi mancano le forze. Per guadagnare tempo carico di nuovo il tutto su di una jeep per raggiungere Sust, ultimo insediamento prima del confine che si trova ottanta chilometri a nord da Karimabad, ad oltre tremila metri di quota.