Dal Ponte San Giorgio a Beirut

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Qualche giorno fa, era il 3 agosto, a Genova sul torrente Polcevera è stato inaugurato il nuovo ponte costruito sulle macerie di quello crollato all’improvviso per cedimento strutturale due anni orsono. Erano le 11.36 del 14 agosto 2018, quando in una triste giornata di pioggia, il celeberrimo Ponte Morandi, venne giù come un castello di carte lasciando allibita la città di Genova e sotto shock un’intera nazione. Morirono 43 persone tra chi era sotto il ponte e chi vi transitava sopra.

A crollare non fu soltanto un viadotto, ma anche la fiducia in un sistema di controllo che avrebbe dovuto fare in modo che quell’avvenimento non si verificasse. Solo poco tempo prima erano stati condotti dei lavori per rinforzarne la struttura proprio perché, in molti, avevano sollevato dubbi sulla sua tenuta già prima che venisse giù. Eppure nulla di tutto ciò servirà a impedire il disastro.

Oggi, con ancora negli occhi le immagini della gigantesca esplosione avvenuta nel porto di Beirut il giorno dopo l’inaugurazione del nuovo ponte di Genova che ora si chiama San Giorgio, non possiamo non ricordare come, quel crollo, sia stato da più parti definito, ma soprattutto vissuto come l’11 settembre italiano. Proprio come lo è stata l’esplosione devastante avvenuta a Beirut, dove le fiamme, l’esplosione e poi un’onda d’urto che ricordava quella di un’esplosione atomica hanno seminato morte e distruzione, lasciando senza una casa 300’000 abitanti della capitale libanese.

Ma cosa accomuna il crollo di un ponte con l’immane disastro al porto di Beirut? In entrambi i casi la tragedia poteva essere evitata. Doveva essere evitata. E invece nessuna traccia dell’attenzione necessaria affinché non accadesse. Nessun senso civico. Solo rumore. Un rumore di fondo che poco alla volta è andato facendosi sempre più forte e assordante. Fino al punto che, poi, ogni cosa si sarebbe rivelata irreversibile. A causare l’esplosione a Beirut, è stato un carico di poco meno di 3000 tonnellate di nitrato d’ammonio sequestrato sei anni fa e stoccato malamente in un hangar del porto.

Lì, come se nulla fosse, come una bomba a orologeria che ha continuato a ticchettare finché non ha fatto bum. Perché questo fanno le bombe, esplodono. E pur sapendo dell’ordigno e del pericolo, nessuno ha fatto nulla, nessuno ha mosso un dito per disinnescare il disastro. Lasciando invece che l’inferno potesse andare in scena in tutta tranquillità. A Genova come a Beirut. Salvo poi gridare allo scandalo, promettendo che i responsabili di queste negligenze sarebbero stati presto individuati e assicurati alla giustizia. Vedremo.

Quel che sappiamo è che, se Beirut ancora conta i morti tra le macerie fumanti, Genova ha finalmente un nuovo ponte della lunghezza di poco più di un chilometro. 6’7000 metri cubi di calcestruzzo utilizzati, 18 le pile alte 45 metri, 19 gli impalcati, 420 i giorni di lavoro per più di 1000 operai impiegati. Un progetto regalato alla città dall’architetto Renzo Piano. Un bell’esempio di rinascita e di come ci si possa rialzare con orgoglio anche di fronte a una scoppola di proporzioni inedite.

Il Comitato dei familiari delle vittime, per bocca del suo presidente Egle Possetti, ha fatto sapere che loro non sarebbero stati in grado di reggere la voglia di festa e l’ostentazione per l’opera realizzata perché l’evento non si sarebbe potuto slegare da quello per cui è nato, ovvero la tragedia che ha colpito i loro familiari.

Tutto questo lavoro – ha detto Possetti – poteva, doveva, essere fatto prima, sarebbe stato vero orgoglio nazionale se il ponte Morandi non fosse crollato ma bensì abbattuto per vetustà”. Il ponte crollato era dedicato a Morandi, l’ingegnere che lo ha progettò nel 1967, quello nuovo sarà dedicato a San Giorgio, uno dei simboli religiosi della città come a dire che forse è meglio affidarsi al divino.

Battute a parte, ora dopo il ponte italiano, c’è la capitale libanese, le cui ferite vanno curate e rimarginate presto, probabilmente con lo stesso spirito di una Genova che appena due anni fa si era vista spezzata in due dall’imperizia di chi specula sulla sorte, senza sapere che a giocare troppo con la roulette russa si finisce per fare una brutta, bruttissima fine.

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