Il dramma degli uiguri: un appello alla Svizzera

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La comunità uigura di etnia turca e confessione musulmana continua ad essere perseguitata in Cina dove tra uno e tre milioni dei suoi membri sono attualmente detenuti in campi di lavoro. Stando alle indagini condotte in loco circa 80’000 tra loro lavorano sotto stretta sorveglianza per fabbriche di fornitori di marchi internazionali.

“Nessun prodotto del lavoro forzato entri sul mercato svizzero”!

La “Société pour les peuples menacés” (Società per i popoli minacciati) ha recentemente lanciato una petizione per chiedere al Consiglio federale di rinegoziare un nuovo accordo di libero scambio con la Svizzera e assicurarsi che siano garantiti “il rispetto dei diritti umani, del lavoro e delle minoranze” e che “siano incluse clausole vincolanti in materia di diritti umani per garantire che nessun prodotto derivante dal lavoro forzato entri nel mercato svizzero”.

L’attuale accordo di libero scambio tra i due Paesi non contempla queste restrizioni, indica la Société pour les peuples menacés. Anzi offre una protezione troppo scarsa contro i prodotti provenienti dal lavoro forzato e che giungono in Svizzera, ottenendo addirittura concessioni doganali.

Una tremenda realtà

Le indagini condotte in Cina sulle condizioni di vita nei campi di prigionia hanno portato alla luce una tremenda realtà, in particolar modo laddove sono costretti ai lavori forzati milioni di uiguri, ossia nella provincia dello Xinjang. In quella regione sono attive non meno di 68 società europee tra cui anche tre svizzere. Stando ad un rapporto dell’Australian Strategic Policy Institute (Aspi) citato dalla “Società per i popoli minacciati” nel testo della sua petizione, tra il 2017 e l’anno scorso, più di 80’000 membri della comunità uigura – oggetto da anni di feroci persecuzioni da parte del regime di Pechino – sono stati prelevati dai campi di lavoro e trasferiti in altre parti della Cina dove devono lavorare, sotto stretta sorveglianza, per fornitori di aziende internazionali.

Sempre stando ad Aspi, questi fornitori consegnano i prodotti a ben 83 marchi di fama internazionale come, per citarne soltanto alcuni tra i più noti, Samsung, Sony, Microsoft, Nokia, Adidas, H&M, Lacoste e Volkswagen.

Lager moderni

L’attuale accordo di libero scambio elvetico-cinese contiene quindi troppi pochi accordi efficaci per impedire che i prodotti provenienti dai lavori forzati o da altre gravi violazioni dei diritti entrino nel mercato svizzero e siano addirittura premiati con concessioni doganali.

Ricordiamo che sono ormai due anni che la Cina reprime sistematicamente la comunità uigura nella regione del Turkestan orientale, che sarebbe la provincia cinese dello Xinjiang per l’appunto. Le autorità cinesi provano a fare passare i campi di prigionia dove gli uiguri sono detenuti come luoghi di “formazione professionale”, mentre invece sarebbero veri e propri lager moderni, stando a Dolkun Isa, presidente del Congresso mondiale uiguro intervistato. Le famiglie dei prigionieri non sanno quasi mai dove sono detenuti i loro cari né quali sono le loro condizioni. Al contrario vengono intimidite con la minaccia che il loro comportamento potrebbe avere ripercussioni negative per le persone detenute!

Un centinaio di uiguri in Svizzera

Circa 100 milioni di uiguri vivono in Cina, quasi tutti nella regione del Turkestan orientale che fu annessa dalla Cina nel 1949 dopo la rivoluzione comunista. Un centinaio tra loro vive in Svizzera. Orbene, in questi ultimi anni la Svizzera ha intensificato le sue relazioni commerciali con la Cina e oggi deve “mostrarsi responsabile e non rendersi complice, ma impegnarsi con più forza contro il regime per fare rispettare i diritti umani.”

Nell’ambito della “Belt and Road Initiative” (BRI) ossia la “Nuova via della seta”, quest’ambizioso programma coniato nel 2013 dal governo cinese per finanziare con oltre 1000 miliardi di dollari diversi investimenti in ogni angolo del pianeta, la Svizzera aveva chiesto, invano, alla Cina di confermare il suo impegno a favore dei diritti umani e della protezione delle minoranze etniche. Malgrado il diniego di Pechino, Berna ha firmato una dichiarazione d’intenti in modo da consolidare la cooperazione tecnica ed economica dei due Paesi. 

Ora la «Société pour la défense des peuples menacés” chiede al governo svizzero di sospendere il protocollo d’intesa economico-finanziario nell’ambito della Belt and Road Initiative e di rinegoziare l’accordo di libero scambio con la Cina. Non ci resta che sperare in un gesto di solidarietà per questo popolo dimenticato.

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