Il lockdown in Perù e le donne scomparse

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In pochi mesi, ossia dall’inizio della pandemia, sono 1200 le donne ad essere scomparse nel nulla in Perù. Stando alla stampa locale se ne sono totalmente perse le tracce anche se si sospetta che molte di loro potrebbero essere state uccise tra le pareti domestiche, diventate prigioni durante il lockdown. 

Come purtroppo altri Paesi latinoamericani, la violenza domestica non è solo diffusa e endemica in Perù, ma è anche tollerata. Dallo scorso mese di marzo, da quando è scoppiato il Coronavirus e le autorità hanno imposto misure drastiche come il blocco e la chiusura totale, le autorità del Paese andino temono che la reclusione forzata abbia fatto esplodere atti di violenza incontrollata su mogli, madri, sorelle e figlie, insomma sulle donne in genere.

Prima dell’emergenza Covid 19, cinque donne scomparivano quotidianamente in Perù mentre dopo l’apparizione della pandemia questa cifra è salita ad otto, come hanno rivelato le statistiche. Il governo ha promesso delle misure concrete per sradicare una buona volta questo fenomeno che sfocia spesso nel femminicidio. Così i finanziamenti destinati ai programmi di prevenzione per lottare contro la violenza di genere sono stati aumentati sin dall’inizio del 2020. I risultati, a quanto pare, non sono entusiasmanti. 

Terribili statistiche 

Le terribili statistiche che raccontano stupri e violenze a danno delle donne peruviane risalgono però a anni addietro e sono denunciate con forza dalle organizzazioni femministe. Ne sono spesso anche oggetto ragazze adolescenti in gravidanza, non di rado violentate dai propri padri o fratelli in contesti familiari spesso marcati da miseria, alcolismo e degrado sociale che sfociano in vessazioni e violenze. E i primi a farne le spese sono appunto i bambini e le donne.

Contrariamente però ad altri Paesi del continente sudamericano, prima del Covid il Perù si era contraddistinto per la volontà di denuncia da parte delle vittime e per le molteplici iniziative per combattere questa piaga dilagante. 

Sentenze troppo miti

Dei progressi che sono però stati vanificati da alcune sentenze troppo miti contro violentatori e assassini condannati a pene lievi da giudici compiacenti. Delle sentenze che, stando agli operatori sociali attivi sul territorio, “perpetuano l’impunità, favoriscano l’accettazione sociale e generano la sfiducia, la vergogna e il sentimento di colpa e di paura nelle donne vittime di aggressioni e che non hanno quindi più il coraggio di denunciarle”.

Per il Coordinamento nazionale di difesa dei diritti umani è ormai il momento che lo Stato dia chiari segnali contro tutte le forme di violenza contro le donne vittime di una società marcatamente maschilista e di un sistema sociale corrotto e immorale.”

La voce di un peruviano di lontana origine ticinese

Intanto da Lima dove vive con la famiglia, Jorge Bambarén, oggi pensionato e il cui bisnonno materno, un Rusca, emigrò da Agno alla fine del 19esimo secolo, ci spiega che il “Ministero della donna e delle popolazioni vulnerabili” (MIMP) sta effettivamente attuando da oltre un anno a questa parte “un programma nazionale per la prevenzione e lo sradicamento della violenza in seno alle famiglie: è stato battezzato “Aurora” e si svolge in più tappe” ci dice, “in modo itinerante ed è stato soprattutto rivolto alle popolazioni rurali.”

Jorge tiene a sottolineare che dall’inizio della quarantena, il MIMP sta inviando squadre di operatori sociali nelle zone più remote del paese fino nei territori amazzonici laddove le autorità comunali vengono sensibilizzate e incoraggiate a denunciare i casi sospetti alla polizia nazionale. 

“Inoltre” aggiunge Jorge Bambarén, “una linea telefonica d’emergenza è stata messa a disposizione delle donne che si sentono in pericolo o che vogliono denunciare abusi o maltrattamenti. Mi pare quindi che qualcosa di costruttivo si stia facendo nel mio paese”.

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