Il mondo alla rovescia … anzi no

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Lo Stato deve mettere l’economia in grado di funzionare, e se per questo occorre fare deficit, che lo si faccia. Indebitiamoci anche per un miliardo, se sarà il caso”. Messa così questa affermazione non potrebbe che essere attribuita a un economista keynesiano (o di sinistra) ma, sorpresa, è stata fatta da Glauco Martinetti, presidente della Camera di Commercio. (Il Caffè del 16 agosto).

Confesso che ho dovuto rileggere un paio di volte la dichiarazione di Martinetti, ma poi proseguendo nella lettura dell’articolo, nel quale interviene anche Fabio Regazzi, in qualità di presidente di Aiti, l’apparente contraddizione si dipana.

In realtà la proposta di Martinetti è parzialmente keynesiana, nel senso che il grande economista inglese sosteneva le necessità di un intervento anticiclico dello Stato per rilanciare la domanda. Tuttavia Keynes, sosteneva che il debito pubblico doveva in qualche modo rientrare grazie, da una parte, ad un aumento del reddito nazionale (e non del Pil) e quindi a maggiori entrate fiscali, ma anche grazie anche ad aliquote adeguatamente progressive che permettano di ridistribuire la ricchezza.

E qui i collegamenti dei due rappresentati delle associazioni imprenditoriali ticinesi con Keynes si fermano in maniera marcata. In primo luogo perché da almeno 30 anni le due associazioni hanno promosso e sostenuto una riduzione dei carichi fiscali per le imprese ma anche per le fasce più benestanti della popolazione, oltre naturalmente a una riduzione del ruolo dello Stato. Infatti il presidente di Aiti afferma che “Sarebbe l’occasione per rivedere una volta per tutti i compiti dello Stato. C’è ancora molto spazio di manovra per ridurre il peso della macchina statale”, dimenticando – sicuramente inconsapevolmente – quando ha fatto lo Stato in questa prima parte del 2020, non solo per i cittadini, ma anche – e forse soprattutto – per le imprese. Come dire: la solita aria fritta che si può anche capire, perlomeno da queste fonti.

Ben più grave è quanto invece non dicono. O per essere più precisi, accenno al punto centrale, quando sostengono che l’economia ticinese è “fortemente indirizzata all’esportazione”, come, del resto, lo è l’economia svizzera. Con alcune particolarità. Il Pil cantonale – come riportato da Il Caffè – è di circa 28 miliardi di franchi, mentre il reddito cantonale (che purtroppo non è più regionalizzato dall’ufficio federale di statistica) è di circa il 30% in meno, che più o meno corrisponde alla quota dei lavoratori frontalieri. Si tratta qui di un mero calcolo contabile perché il Pil calcola il valore della produzione di tutti gli attori presenti all’interno dei confini cantonali (o nazionali) mentre il reddito è attribuito solo ai residenti. Ora, a proposto dei redditi un paio di cose le sappiamo. 1. Il divario dei salari (la componente principale del reddito nazionale) tra Ticino e resto della Svizzera è di circa 1000 franchi al mese ed è in crescita, 2. I salari dei frontalieri sono spesso inferiori a quelli degli indigeni salvo dove sono in vigore i contratti collettivi di lavoro, sempre che vengano rispettati.

A questo punto sorge una domanda: l’importante quota delle esportazioni dell’economia ticinese è dovuta alla qualità, all’elevato valore aggiunto dei prodotti, o invece è da imputare ai bassi costi del lavoro? A questa domanda nessuno ha mai dato una risposta netta e probabilmente – come indicano gli indicatori sulla produttività del lavoro – la seconda ipotesi è quella più corretta (anche se naturalmente ci sono alcune imprese competitive).

Quindi sembra opportuno riformulare la proposta di Martinetti. Lo Stato aumenti pure la spesa pubblica – anche di un miliardo, se necessario – ma invece di rivedere i compiti dello Stato, si rivedano le strategie delle imprese, che potranno ricevere aiuti e partecipare ai concorsi pubblici a condizione che paghino salari adeguati, che non adottino forme di dumping, e che investano realmente sull’innovazione e sull’elevato valore aggiunto di prodotti. Inoltre, dovrebbero impegnarsi ad accettare oneri fiscali adeguati a rimborsare il debito pubblico, che non deve ricadere, come negli ultimi decenni, prevalentemente sulla popolazione.

Il Covid non dovrebbe essere l’occasione per rivedere i compiti dello Stato, come sostiene, Regazzi, ma dovrebbe diventare il trampolino per rivedere radicalmente le basi della nostra economia. Ma naturalmente questa è pura utopia e si proseguirà “as usual”.

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