Il sogno ottomano di Erdogan

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Ormai il padre padrone della Turchia si vede nei panni di Solimano, detto il Magnifico, sultano dell’Impero ottomano dal 1520 al 1566, data della sua morte.

In questi ultimi mesi stiamo assistendo ad un crescente attivismo di Ankara nel  Mediterraneo e nel Medio Oriente. 

La presenza della Turchia in Libia è un dato di fatto, ha approfittato della debolezza dell’Unione Europea e della palese incapacità dell’Italia in politica estera.

La strategia di Erdogan è chiara; da un lato vuole assicurarsi i giacimenti energetici e l’egemonia nel Mediterraneo Orientale, dall’altro vuole sostituirsi ai sauditi come punto di riferimento politico dell’Islam sunnita, e proporre il suo presunto “neo-ottomanismo” ovvero “Islam politico”.

Per realizzare il suo sogno, l’onnipotente Erdogan non dà tregua a nessuno; va a letto sognando di diventare il campione dell’Islam e il degno erede del profeta Maometto.

Il 10 luglio scorso il Consiglio di Stato turco ha deciso “all’unanimità” la trasformazione in moschea della grande basilica di Santa Sofia. La basilica, dedicata a Sophia ( la speranza di Dio) è stata cristiana per ben 916 anni (537 – 1453), poi trasformata in moschea ottomana per 478 anni (1453 – 1931) e infine diventa museo per 86 anni.

Il 24 luglio 2020, venerdi, in presenza di 1000 invitati che inneggiavano al capo di Stato quale nuovo Maometto, si è svolta la prima preghiera pubblica islamica all’interno di Santa Sofia. Lo spudorato Erdogan, convinto del suo nazionalismo e neo-ottomanismo, ha cancellato la laicità dello Stato seppellendo l’eredità di Atatürk.

Il 28 luglio, il parlamento turco ha approvato un disegno di legge che conferisce al governo di Erdogan maggiore controllo sulle reti social, uno dei pochissimi spazi liberi ancora rimasti al dibattito pubblico nel Paese.

La nuova normativa obbliga le principali piattaforme dei social media, quali Facebook, Twitter, Instagram e Youtube, con oltre un milione di utenti giornalieri, ad aprire gli uffici di rappresentanza in Turchia, imponendo rigide sanzioni se tali società si rifiutassero di eseguire le ordinanze del governo sulla rimozione di contenuti considerati irrispettosi.

Una legge che entrerà in vigore il primo ottobre prossimo, secondo la quale, in caso di “violazioni appurate” dal governo, le società hanno 48 ore di tempo per la rimozione di contenuti ritenuti offensivi, pena 700 mila dollari di multa.

Si prevede il rallentamento di oltre l’80% della banda internet; da notare che il 90% dei media tradizionali era già sotto controllo del governo, motivo per cui i turchi erano passati al web per avere notizie indipendenti e per esprimere voci critiche.

Il bavaglio è l’ultimo, e forse il più sfrontato, attacco alla libertà di espressione in Turchia; i giornalisti sono incarcerati per i loro articoli critici e gli utenti delle reti sociali devono autocensurarsi nel timore di “offendere le autorità”.

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