Ilaria Tuti, una storia di guerra … al femminile.

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Una storia di guerra … al femminile. Fatti veri che giustamente, e grazie ad Ilaria Tuti, riemergono da un passato fino ad oggi conosciuto.

Ilaria Tuti negli ultimi anni si è fatta «un nome». I suoi due gialli hanno subito colpito una vasta platea di lettori, in Italia e all’estero. Merito di un personaggio memorabile (Teresa Battaglia, la detective di una certa età) e di un’ambientazione originale. Per lei tornare in libreria con una terza avventura in giallo, sui social richiestissima, sarebbe stato quasi automatico, uno scontato nuovo successo, e invece … invece, eccola con un romanzo a dir poco dirompente. Lontana dal genere giallo ma vicinissima alla storia del proprio paese, o comunità. Di più: un romanzo storico, dalla parte degli ultimi e delle donne, che va a narrare di gesta realmente accadute. Una narrativa che aggiorna e completa la letteratura italiana al capitolo «prima guerra mondiale» (fino ad oggi composta da nomi quali Ungaretti, Stuparich, Lussu, Jahier: non per dire!).

«Fiore di roccia» è il titolo e, diciamolo subito, è un gran bel leggere. Perché il punto di vista è inedito per una vicenda bellica: quello delle donne (che annoverano solo Renata Viganò con «L’Agnese va a morire» ed Elsa Morante con la monumentale «La Storia»: due romanzi però ambientati nel secondo conflitto globale). Perché la storia di queste donne che rischiano la vita pur di salire al fronte per dare il loro contributo (sempre negato dalla Storia, diciamolo), beh, questa storia affascina subito. E perché lo stile di Ilaria Tuti è davvero di enorme qualità, in special modo quando caratterizza i personaggi. Qui Agata Primus, la protagonista, può benissimo rivaleggiare con la già citata Teresa Battaglia, l’inarrivabile detective dei primi due romanzi in giallo. Con uno stile potentemente evocativo, Ilaria Tuti narra una verità dei fatti carica di coraggio e dolore: quella delle portatrici. Donne che mettono a repentaglio la propria vita per il bene della causa, salendo in trincea, magari affrontando anche la meteo più infame, per portare ai soldati viveri, medicinali e munizioni. Soldatesse senza divisa, neanche tanto riconosciute («la guerra è affare di uomini» si diceva e soprattutto pensava ai tempi della prima guerra mondiale) che munite di grande fermezza salgono fino al fronte con il necessario approvvigionamento. Loro che magari a casa propria patiscono la fame, e in pratica vivono in miseria. In una sola parola: eroiche. Istigate da un’omelia del parroco («andiamo, altrimenti quei poveretti muoiono anche di fama») si sono rivoltate le maniche e, senza timori, hanno affrontato rischi e pericoli pur di «fare la propria parte». Diventando «edelweiss, i fiori di roccia aggrappati con tenacia a questa montagna. Aggrappati al bisogno, sospetto, di tenerci la vita.» confessa Agata. Donne che agiscono e «sentono», sanno affrontare qualsiasi ostacolo usando il loro specifico (la compassione nei confronti dell’obbedienza militare declamata da alti graduati dell’esercito) ma anche innamorarsi. Persino quando tutto sembra perduto, storicamente siamo nei dintorni di Caporetto, Agata non demorde e rivendica ruolo e funzione delle portatrici. Per rendere l’idea di quanto accade in «Fiore di roccia» ci appoggiamo a tre riferimenti facili e da tutti conosciuti. Il primo è «Tebe dalle sette porte» di Bertolt Brecht, quella poesia che riporta il campanile al centro del villaggio: non esiste conquista o scoperta senza la fattiva presenza degli ultimi, sono loro a «fare la storia». La seconda è la famosa canzone di Fabrizio De André, «La guerra di Piero», quella che «e mentre marciavi con l’anima in spalle/vedesti un uomo in fondo alla valle/che aveva il tuo stesso identico umore/ma la divisa di un altro colore». Infine ancora il cantautore genovese con «Il pescatore», ossia la cancellazione del pregiudizio, o la facoltà di una redenzione, anche di fronte all’assassino, qui in versione soldato nemico pronto a sparare. E non riveliamo di più. Ci basta una citazione: «Orgoglio e ignoranza uccidono, più degli austriaci e più delle valanghe»: questa la certezza interiore di Agata,

Proprio una bella lettura, questa nuova scrittura della Tutti. Che in un sol colpo riesce a zittire tutte le invidiose polemiche per cui «i giallisti sono scrittori di serie B: sanno solo mettere un morto nella trama» (alla faccia!) e propone una risposta al saggio della Premio Nobel Svetlana Aleksiević, «La guerra non ha volto di donna», del 1985. Non è poco. Anzi è tantissimo.

«Fiore di roccia» di Ilaria Tuti 2020, ed. Longanesi, 2020, pag. 320, Euro: 18,80.

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