La differenza in un femore rotto

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Margaret Mead è stata un’antropologa statunitense. Famoso sono stati i suoi studi antropologici ad inizio anni ’20 sugli adolescenti samoani. Proseguendo gli studi, la Mead si convinse che i disagi giovanili e gli orientamenti sessuali dipendevano più dalla cultura che dalla biologia.

Insomma, i disagi adolescenziali delle giovani americane non si presentavano nelle coetanee delle isole Samoa, la Mead era una “avanti”, per dirla alla nostra maniera. Una storiella interessante ci apre orizzonti interessanti anche oggi, a 120 anni dalla nascita della grande antropologa. Uno studente una volta chiese a Margaret Mead quale fosse il primo segno di civiltà in una cultura.

Le risposte che si si possono immaginare sono molte, la creazione dei primi utensili, le inumazioni, la costruzione di strutture megalitiche.

No, rispose la Mead, il primo segno di una civiltà umana lo abbiamo in un femore rotto e poi saldato. Perché nel regno animale, se ti rompi una gamba sei morto. Cammini male, non puoi scappare né inseguire, non puoi andare a bere né a cercare cibo, sei destinato a soccombere in breve tempo.

Per un animale è quasi impossibile sopravvivere alla rottura di un arto.

Un femore rotto e guarito, invece, è indice di cura. Qualcuno si è occupato di te mentre non potevi camminare, ti ha accudito, ti ha portato da bere e da mangiare. Ha compiuto operazioni che di per se stesse sono poco pratiche e che non necessariamente danno un risultato immediato o un tornaconto.

Questa storiella, ci serve, soprattutto dopo il virus, a capire cosa voglia dire collettività, aiuto, cura. Quanto siano egoisti e stupidi certi atteggiamenti, ma soprattutto quanto siano antistorici. Prendersi cura l’uno dell’altro è quello che ha fatto la differenza nei secoli, nei millenni. Non la selce, o il fuoco, o la ruota o la spada. Il senso di aiuto che ci permette di costruire società e di tramandare il nostro sapere, la tutela dei più deboli e dei più anziani, che sono comunque parte di quel grande organismo che è la tribù e che ci rende molto più forti. Valeva milioni di anni fa, quando guardavamo spaventati nella savana e vedevamo luccicare gli occhi di un leopardo e ci facevamo forti del gruppo, vale oggi quando ci occupiamo di salvare chi attraversa il Mediterraneo o ci prendiamo cura volontariamente di qualcuno che è in ospedale.

Questo semplicissimo femore saldato, ci racconta chi siamo e da dove veniamo. Ci impone di prenderci cura di noi stessi, come abbiamo purtroppo smesso di fare. Oggi il nemico non è più tangibile come un leopardo affamato, ma è comunque là fuori pronto a ghermirci se abbassiamo la guardia, quel nemico siamo noi stessi, e la nostra incuria ferisce tutta una collettività di miliardi di persone.

Oggi ad essere spezzata è la nostra Terra e solo noi possiamo averne cura. Con la speranza che chi curiamo oggi, domani ricambi il favore.

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