La guerra dei Black Sabbath

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Dopo “La buona novella” di Fabrizio De André e l’omonimo album dei The Trip, continua il viaggio a ritroso nel tempo con un altro di quei dischi che, malgrado compiano cinquant’anni esatti proprio quest’anno, la loro età non la dimostrano affatto. Paranoid è il secondo lavoro discografico dei Black Sabbath, una band di Birmingham all’epoca ancora semisconosciuta, uscito nei negozi del Regno Unito il 18 settembre 1970. A pubblicarlo fu la leggendaria etichetta discografica Vertigo Records.

Sul loro secondo e pesantissimo album, Paranoid, ci sono la protesta sulla distruzione della guerra e l’ipocrisia dei politici, i pericoli della tecnologia e dell’abuso di droga.” Così lo recensiva la rivista musicale Rolling Stone che, nel giugno del 2017, lo ha collocato al primo posto tra i 100 migliori album metal di tutti i tempi. Ma al di là delle classifiche, il disco di questa singolare band britannica, riscuoterà fin da subito un notevole successo commerciale arrivando negli anni a vendere decine di milioni di copie.

Sebbene inizialmente l’album doveva chiamarsi War Pigs,  visto l’infuriare della sporca guerra che stava insanguinando il Vietnam, alla fine si decise per il titolo che tutti conosciamo. E Paranoid è diventata anche la canzone più famosa dei Black Sabbath. Grazie alla brevità che la caratterizza, certo, ma non solo. Nel corso dei due minuti e cinquanta secondi della sua durata, Ozzy Osbourne e compagni, riescono a cristallizzare quella che è la loro cifra stilistica, sia per il testo scelto che per la musica.

Proprio come i Led Zeppelin o i Doors, i Black Sabbath non nascondono il loro amore per l’occulto e la magia nera. I riferimenti a Satana, già presenti nel loro primo album, si ritrovano anche in questo lavoro e nei dischi a seguire. Eppure a dar forza e a rendere universale Paranoid è la forte carica di protesta in esso contenuta insieme al lato oscuro che permea ogni canzone. Un album che, dopo il ’68, con la sua stagione hippie e gli ideali di pace e amore, apre sul nuovo decennio in arrivo con una cupezza premonitrice di quel disagio generazionale che attraverserà tutti gli anni Settanta.

Paranoid però non fu amato da tutti fin da subito. Fu al centro di più d’una controversia come accadde in occasione del suicidio di un’infermiera, dato che l’album fu trovato sul suo giradischi. La possibile influenza di Paranoid nella sua decisione di togliersi la vita fu addirittura menzionata nell’inchiesta. Ma alla fine, dopo molte polemiche, si decise che i Black Sabbath non avrebbero dovuto essere accusati della sua morte.

Molte delle parole presenti nelle canzoni, molti degli umori racchiusi nei testi hanno a che fare con l’aggressività – ha riconosciuto il chitarrista Tony Iommi – soprattutto pensando ai nostri esordi, c’è un non so che di satanico, se vogliamo. Ma era in linea con il modo in cui ci sentivamo allora e quindi era così che suonavamo. Forse poi la faccenda è un po’ sfuggita di mano, penso in particolare a quella ragazza trovata morta. C’era il nostro album sul suo giradischi e la cosa fu portata in tribunale dicendo che era a causa di Paranoid se lei era depressa e si era suicidata. Il che era totalmente ridicolo, credo.”

Ridicolo o no Paranoid è rimasto attuale come solo una pietra miliare del rock può farlo, come l’urlo disperato di un mondo diviso in due blocchi, in bilico tra ragione e follia, tra gli anni di piombo che già si affacciavano all’orizzonte e i fiori ormai appassiti infilati nei cannoni solo il giorno prima. Paranoid è il manifesto di un’epoca e di un disagio, di un incendio che non si è mai spento. Di un malessere che ancora accompagna l’uomo contemporaneo e che i Black Sabbath hanno saputo distillare in una manciata di canzoni che come un buon whisky, invecchiando, migliora sempre di più.

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