La modella di Gucci non è bella

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Molte parole si sono sprecate su Armine Harutyunyan, la modella di Gucci che ha creato scalpore per la propria poca avvenenza secondo gli standard occidentali e globali della moda.

È vero, Armine non è bella secondo i nostri canoni.

Non siamo ipocriti. Anche se ci sforziamo, e molti lo fanno, di non avere pregiudizi, questi sono ben presenti nella nostra vita, lo sono anche se nascosti e seppelliti sotto una crosta di sforzi quotidiani. 

Coloro che sono davvero privi di pregiudizi sono persone rare, che hanno un approccio verso l’altro ancora più raro, di solito accogliente e splendidamente naïve.

Noialtri, persone comuni abbiamo una serie di tipologie che vanno dal fiero e ottuso portatore sano di pregiudizi, quelli per capirci che si dicono magari orgogliosamente razzisti, a persone che, come detto, si sforzano di non averne ma li tengono sopiti.

Non parlo di pregiudizi a vanvera, cerco di affrontare con laicità e onestà intellettuale la questione che arroventa ultimamente i social e che riguarda Armine Harutyunyan,modella di Gucci. La giovane armena ha dei lineamenti non classici. Non è bella secondo i canoni a cui la nostra società ci ha abituati.  

Una sola cosa è certa e molti se ne sono accorti, di sicuro Gucci ha ottenuto una bella visibilità, esponendo al mondo una donna che, come chiedono i dettami della nouvelle vague, non rispetta i canoni classici. 

E va benissimo. Se davvero vogliamo rompere l’egemonia delle “bellone”, giocoforza nelle sfilate internazionali vanno inserite donne diverse dallo standard classico. La cosa funziona però se questa diventa una moda nella moda, e cioè se la diversità non è più un unicum ma un’abitudine, che vede mischiare a donne eteree e algide, normali femmine paffutelle, con la vitiligine, i brufoli o il nasone. 

Sennò l’operazione è come quella del circo Barnum, ovvero l’esibizione del diverso, della donna barbuta o dell’uomo senza arti per far divertire un pubblico che così si scarica la coscienza.

Armine non è bella, non sarò ipocrita. Non so nemmeno se è simpatica o intelligente. Armine è semplicemente un simbolo sul quale Gucci ha puntato per uscire dal mazzo, un mazzo di carte dove il 95% delle modelle sono regine e appartengono a quell’unica tipologia somatica che ormai conosciamo: belle, flessuose, magre, affascinanti. 

Armine Harutyunyan rimane così la scimmietta ammaestrata del baraccone da fiera, l’equivalente di Tony Iwobi, il “nero” della Lega, usato come foglia di fico dal partito con la maggior percentuale di razzisti. (leggi qui)

Perché Armine è sola, circondata da belle standard, in un mondo, quello della moda, che è un tritacarne mostruoso di donne, un mostro divoratore di giovani speranze.

I canoni estetici è vero cambiano. Nel ‘700, una donna pallida e grassoccia era il top dell’avvenenza barocca. Oggi, modelle dai seni rifatti, nevrili e abbronzate come puledre, incarnano quel ruolo. Lo stereotipo, accettato inconsapevolmente dalla società, incarna l’ideale di donna che secondo noi è la migliore fattrice, è una scelta ancestrale e primitiva. In tempi di magra la donna ideale era paffuta e rotonda, in tempi di opulenza è atletica e salutista. Allo stesso modo, il maschio è ancora attratto, e il trucco lo evidenzia, da labbra rosse e cornee bianche, così come da guance arrossate, tutti sintomi di buona salute. Non è un caso che gli uomini preferiscano per la gran parte donne con segnali sessuali più marcati, come i fianchi larghi e i seni grossi, rispetto ad anoressiche modelle. L’industria del porno ne è l’esempio lampante, in questo settore il curvy tira, eccome. 

Armine non è bella. Avrei fatto commenti stupidi sul suo aspetto? No, assolutamente. Sono cresciuto con un tipo di educazione che mi ha insegnato a vedere la bellezza anche dove apparentemente non si scorge. Potrei innamorarmi di Armine? Certo. Se la conoscessi, le parlassi e scoprissi che è un essere interessante e unico, che è poi sempre quello che succede quando ti innamori.

Ma questo non la renderebbe bella per gli standard della nostra società. Ed è qui in fondo il nucleo della questione, non tutti nasciamo privi di pregiudizi, ma possiamo imparare a conviverci, a lottare contro di loro, a metterli in secondo piano, a domandarci davvero se quello che muove il nostro pensiero è il ragionamento o un concetto precotto che ci impone la società.

L’ipocrisia del mondo della moda, globalizzata e omologata, non cambia, ma il fatto che noi parliamo di Armine e delle altre può cambiare qualcosa. Uno sforzo comune di donne e uomini che usano il proprio cervello anche per pensare, e non solo per cogliere segnali che coglieva anche un australopiteco due milioni di anni fa.