La rivincita degli schiavi

Di


Robert Hartwell è giovane, gay, ballerino e attore di teatro. Ah, è pure nero. Un afroamericano, un tipetto caruccio, occhioni languidi, un sorriso smagliante da duecento denti e baffetti alla Clarck Gable.


Bob, ci permettiamo di chiamarlo così, vive negli USA con due pesi discriminanti, la sua pelle e il suo orientamento sessuale. Facendo una vecchia battuta, gli manca di essere ebreo per riunire in sé le tre peggiori stigmate per renderlo l’ideale bersaglio dei suprematisti bianchi.


Bob è però diventato famoso suo malgrado, non per le sue abilità nella danza o nel canto, ma per un gesto emotivamente forte, per un segnale importante, una rivalsa che racconta molto di più su di lui di qualunque spettacolo a Brodway.

Una cosa tendiamo a dimenticare noi europei, perché non ne abbiamo la tradizione, ma ogni afroamericano è ben cosciente che i suoi avi, quasi invariabilmente erano schiavi, cittadini di serie B o C se non addirittura accomunati al bestiame da fatica.


Le storie di queste orde sudate e doloranti le conosciamo bene, il cinema ci ha raccontato di loro, dall’ordalia delle navi negriere, alle tribolazioni della schiavitù, alla faticosa lotta per l’emancipazione dei diritti civili, il cui ultimo prestigioso rappresentante, John Lewis, è morto recentemente, raccogliendo intorno a sé il cordoglio di una nazione.


In questa storia c’è anche una grossa villa di quelle del Sud, con le colonne e le assi bianche che le fanno sembrare cigni adagiati nei prati. Ne troviamo molte in Florida, Georgia, Alabama, Stati conservatori, ancora oggi fortemente repubblicani, dove il colore della pelle è ancora un segno negativo agli occhi di molti.

Bob ha deciso di comprarsene una, anche se il venditore dubitava delle sue possibilità finanziarie. Ma non una casa qualunque, quella della famiglia Russell, proprietari nell’800 di un cotonificio, una di quelle famiglie arricchitesi proprio col lavoro delle migliaia di schiavi neri che si spezzavano la schiena nei campi riarsi dal sole. Una casa qualunque? No, costruita nel 1820, ha due secoli esatti quest’anno, e alla costruzione di quella casa hanno partecipato gli antenati di Robert, come schiavi, manovalanza, operai.


La rivincita di Bob è comprensibile, e il gesto ha un forte sapore evocativo di rivincita, soprattutto per un gay di colore. Robert ha postato su Facebook questa piccola storia, dichiarando anche.


“Avrei voluto dire ai miei avi, quando si rompevano la schiena per costruire questa casa, che 200 anni dopo un nero gay l’avrebbe comprata per riempirla d’amore”


Uno di loro che è uscito dal ghetto sia psicologico che reale, uno di quelli che rappresentano una nuova America diversa, più umana ed inclusiva, in cui l’amore vince sull’odio. Nelle continue proteste antirazziste che hanno infiammato gli Stati Uniti, il gesto pacifico ma definitivo di Robert è importante e indica una strada, che non è quella delle statue abbattute o delle sassate nelle piazze, ma quella serena e conclusiva della cancellazione del padrone. Oggi il padrone non ha più la frusta, ma il sorriso di un giovane ragazzo che predica l’amore. Questa è una vera piccola vittoria afroamericana, forse ancora più importante di un presidente nero.

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