L’intelligenza dei depressi

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“Uno specchio per guardarsi in viso, l’arte per scrutare l’anima”, a sostenerlo era lo scrittore e drammaturgo inglese George Bernard Shaw. Il recente lockdown ha messo a dura prova tutti noi. Non soltanto dal punto di vista economico e sociale, bensì anche da un’angolazione più profonda e complessa, quella dell’anima. Ci siamo specchiati nella depressione momentanea, come reazione a ciò che stavamo vivendo, poco importa se passeggera o duratura. L’abbiamo combattuta o ci siamo lasciati andare al suo volere, ma ora sappiamo che non tutto il male di vivere vien per nuocere, infatti secondo alcuni ricercatori canadesi vi sarebbe una stretta correlazione tra livello di ansia, paura, depressione e intelligenza.

Una maledetta forma di intelligenza

Se non avete ancora scelto il vostro libro per l’autunno, forse è il caso di farlo. Il mio suggerimento è quello di dare un’occhiata al libro di Gilberto Corbellini “L’intelligenza dei depressi”. Un viaggio nella storia della depressione, dove ad essere narrata a seconda del periodo storico è il modo in cui venivano vissuti gli sbalzi, i cambi improvvisi d’umore o le malinconie continue e durature. L’autore si chiede anche cosa abbiano in comune personalità tanto famose quanto diverse tra loro. Hans Christian Andersen, Charles Dickens, Isaac Asimov, Ingmar Bergman, Charles Darwin, Bob Dylan, John Lennon, Henri Matisse, William Faulkner, Herman Melville, Michelangelo Buonarroti, Isaac Newton, Edgar Allan Poe, Robert Schumann, Walt Withman e Robin Williams. Ma questa è davvero una minuscola rappresentanza di persone diventate molto famose per la loro creatività che soffrono o hanno sofferto di una qualche forma di depressione, in alcuni casi anche grave. In molti, come nel caso di Paolo Bianchi, autore del libro “L’intelligenza è un disturbo mentale” pensano che la depressione sia una forma maledetta d’intelligenza.

La depressione nella storia

Ma vediamo rapidamente come si è evoluta la depressione nel corso dei secoli. Per Aristotele, tutti coloro che avevano raggiunto l’eccelenza nella poesia, nella filosofia, nell’arte e nella politica, inclusi Socrate e Platone, avevano un atteggiamento malinconico che, in pratica, corrisponderebbe alla nostra definizione di depressione. Altro che filosofia. Nel Medioevo la malinconia aveva una connotazione negativa, poiché la religione cristiana esigeva una rinuncia ai piaceri della vita. Nel Rinascimento l’umore depresso sarà segno di genialità intellettuale. Nel XIV secolo il filosofo, umanista e astrologo Marsilio Ficino, pensava che una mente tormentata avesse più valore: “Chi sa non può che essere insoddisfatto e l’insoddisfazione provoca malinconia”. Nel sud Europa la malinconia si associava alla genialità, mentre al nord, l’elemento indispensabile per l’ispirazione intellettuale, era legato alla stregoneria.

Spesso il mal di vivere ho incontrato

La poesia “Sentivo un funerale nel cervello” di Emily Dickinson, avrebbe potuto essere scritta senza una profonda angoscia mentale? O, ancora, gli enormi fiori di Georgia O’Keeffe che con i loro tenui color pastello rappresentano pace e serenità, avrebbero potuto essere dipinti senza un fondo di disagio esistenziale? Le canzoni di Kurt Cobain, Janis Joplin e molti altri ancora esisterebbero senza il male di vivere perpetuo che le ha generate? Certo non tutti i depressi diventano personaggi famosi e non tutti i personaggi celebri sono dei depressi, ma la depressione risulta essere un filo conduttore che porta alla creatività e alla sua massima espressione attraverso un disagio che spesso, o solo a volte, tocca tutti noi. Come descriveva Eugenio Montale nella sua poesia “Spesso il mal di vivere ho incontrato”.

Amo l’uomo che cade, almeno ha attraversato

Joshua Wolf Shenk sulla rivista americana “The Atlantic” ha scritto un bel pezzo sulla depressione del presidente Abramo Lincoln, un articolo nel quale sostiene che la sua depressione lo abbia “costretto a una più profonda comprensione della vita ed a un sentimento di grande empatia”, infatti Lincoln diceva: “Ogni volta che sento qualcuno pronunciarsi a favore della schiavitù, provo il forte desiderio di fargliela provare”. Ciascuno soffre per il proprio dolore, ma se riusciamo a intuire il dolore altrui, è solo perché l’abbiamo già sperimentato. Anche Winston Churchill, uno degli uomini politici più influenti nella storia del Novecento, ha convissuto con il cane nero: “Capisco perché i ciocchi sfrigolano. So cosa vuol dire consumarsi”. E Albert Camus sosteneva che “la depressione è l’unica questione con cui gli esseri umani devono confrontarsi”.

Ecco perché, in conclusione, il mio consiglio è uno solo. Circondiamoci di montagne di buoni libri, puliamo la puntina del giradischi e prepariamo colori e fogli. Solo così saremo davvero pronti a ogni evenienza. Non dobbiamo sfinirci per cercare di sfuggire alla depressione, ma dobbiamo cercare di affrontarla al meglio. Solo così ne usciremo indenni, forse rafforzati e magari anche un pochino più intelligenti.

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