Mattmark, un iceberg caduto dal cielo

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Ricorreva ieri il cinquantacinquesimo anniversario della più grande sciagura alpina della Svizzera moderna, quella della valanga di ghiaccio che s’è abbattutta sul cantiere della costruzione della diga del Mattmark, la più grande in Europa. Un simbolo delle talvolta drammatiche vicende della migrazione italiana. Storie poco edificanti di sfruttamento e prevaricazione. Di uomini in cerca di lavoro che invece trovarono la morte.

La diga di Mattmark

Una sera d’estate del 1965, a Saas-Fee, nota località turistica dell’Alto Vallese, due milioni di metri cubi di ghiaccio si staccano dal ghiacciaio dell’Allalin, provocando una valanga che investe diciassette baracche del cantiere per la costruzione della diga del lago Mattmark. Siamo a 2120 metri di altezza, dove alloggiavano in condizioni indecenti gli operai impegnati nei lavori. Sarà la più grande sciagura legata al lavoro in cento anni di storia della SUVA. Periranno un centinaio di persone, di cui 88 morirono subito. Fra loro 56 italiani, 23 svizzeri e 4 spagnoli, 2 tedeschi, 2 austriaci e un apolide. Questa la fredda e sterile conta dei caduti sul proprio posto di lavoro. Fosse accaduto tutto un’ora dopo, al cambio di turno, gli operai coinvolti sarebbero stati più di settecento.

Sopravvissuti e testimonianze

Abbiamo sentito un boato e i corpi volavano via come farfalle”, racconta un sopravvissuto. “Si può vivere con quella catastrofe alle spalle, ma sicuramente dimenticare non si potrà mai.”, dice Martin Anthamatten, sindaco di Saas-Almagell, comune vallesano dove si trova Mattmark. Al momento della tragedia aveva solo sei anni e si ricorda ancora bene il trambusto e le sirene delle ambulanze. Altra testimonianza quella dell’allora diciassettenne consigliere comunale Stefan Andenmatten, liceale che durante le vacanze estive accudiva le pecore. “Volevo fermarmi alle baracche del cantiere a pranzo, ma un amico mi propose di scendere al paese. Ebbi fortuna, ma lo shock per me e per tutta la popolazione fu terribile”. Ilario Bagnaroli manovratore di bulldozer aveva 24 anni, quando davanti ai suoi occhi il grande cantiere sparì, in pochi secondi, sotto uno strato di cinquanta metri di ghiaccio. Più di mezzo secolo dopo rivede ancora la scena nei più minimi dettagli. Fu tra coloro che scavarono tra ghiaccio e detriti per recuperare i corpi dilaniati dei colleghi. “Eravamo come una grande famiglia senza distinzione di nazionalità e i forti legami affettivi rendevano ancora più dolorose quelle visioni strazianti”, un trauma che lo accompagnerà per tutta la vita.

Solidarietà e sentimento di ingiustizia

All’epoca, le immagini del disastro fecero il giro del mondo, suscitando profonda commozione. Due paesi interi furono in lutto, insieme ai colleghi e alle famiglie degli operai morti nella tragedia. Ci furono slanci di solidarietà popolare in quei giorni, ma anche tanta indignazione e vennero a galla parecchie domande visto che uffici, mense, officine e dormitori erano stati costruiti sulla traiettoria di caduta del ghiacciaio. Non troppo in là, né abbastanza in qua. Proprio lì. Perché le autorità avevano dato i permessi? Le imprese avevano monitorato come promesso? Cosa aveva causato il crollo? Possono essere stati gli scavi delle morene, da dove si estraeva il materiale, oppure uno sbalzo di temperatura o altro? Eppure quando si trattò di determinare se la disgrazia fosse assolutamente imprevedibile oppure evitabile e di condannare gli eventuali colpevoli tutto si concluse con un vergognoso buco nell’acqua. Dopo sette anni di istruttoria si arrivò al processo, ma i diciassette imputati sotto accusa furono tutti assolti e le famiglie delle vittime furono tenute a pagare metà della spese processuali.

Elvezia ingrata

La Svizzera sembrò parecchio inumana agli occhi del mondo, soprattutto in Italia. Toni Ricciardi, storico delle migrazioni all’università di Ginevra, nella sua tesi di dottorato del 2010 dal titolo “Associazionismo ed emigrazione” scriveva: “Tutto era importante, eccetto le persone, eccetto la manodopera. Perciò di riflesso la sicurezza sul lavoro e le condizioni di vita di quelle persone erano secondarie.” Il professor Sandro Cattacin, sociologo e co-direttore con Rémi Baudouï della ricerca “Mattmark. 50 anni dopo” ci spiega invece che: “La storia di successo svizzera è nata da una corsa per l’energia che era possibile vincere solo se si produceva a ritmi infernali. Questi richiedevano anche il sostegno di una manodopera che in Svizzera non c’era – e Cattacin conclude – penso che in Mattmark si possa leggere tutta la drammaticità delle condizioni di lavoro e della vita di quella gente necessaria per fare avanzare il sogno della Svizzera ricca”. Un’opera grandiosa che ha assicurato futuro e progresso. E proprio in nome del futuro e del progresso, sono state spese di nuovo vite umane di lavoratori al servizio di una Svizzera che assoldava operai stranieri per i lavori più faticosi, umili e pericolosi. Ed è proprio con questa immane sciagura che anche la popolazione elvetica prenderà finalmente coscienza che l’elettricità prodotta dalle dighe di montagna ha un costo e che questo talvolta è inaccettabile come nel caso della diga di Mattmark. Un nome e un episodio della nostra storia caduto nel silenzio. Ecco perché scommetto che anche questo triste anniversario ne andrà via senza far rumore, in silenzio, lo stesso che calò sull’intera vallata quel tardo pomeriggio del 30 agosto di cinquantacinque anni fa.

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