Morto, ma non per caso

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Il discorso d’investitura di Kamala Harris come candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti al fianco di Joe Biden in uno dei suoi passaggi diceva che “contro il razzismo non c’è vaccino”. Le forme in cui il razzismo si manifesta e accompagna quotidianamente la popolazione non solo afroamericana si presenta sotto diverse forme, ma quella che provoca più vittime è la violenza della polizia contro le minoranze.

Nessuno tocchi Caino

Secondo l’ONG “Nessuno tocchi Caino”, la lega formata da cittadini comuni e da parlamentari italiani per operare a livello internazionale a favore dell’abolizione della pena di morte nel mondo, sono state 26’000 le uccisioni fino a oggi registrate negli Stati Uniti per mano della polizia. Le morti accidentali durante un fermo rimangono la sesta causa di morte per i giovani afroamericani, con un tasso di mortalità di 25 volte più alto rispetto ad altri Stati sviluppati a livello economico al pari della prima economia al mondo.

Poca affidabilità dei dati

In base alle statistiche, negli Stati Uniti, un ragazzo o un uomo di colore ogni mille verrà ucciso da un agente di polizia. Un rischio di 2,5 volte più alto per gli uomini e 1,4 per le donne. Per comprendere le reali dimensioni del fenomeno vi è però un problema non di secondaria importanza. Un po’ com’è capitato nel corso dell’emergenza da Covid-19 ci si è accorti che, anche in questo caso, mancano dati ufficiali affidabili e completi a livello federale. Ci si deve infatti accontentare del lavoro, delle ricerche e dei dati raccolti da ONG e organizzazioni no profit.

Non è come sembra

Per esempio, stando a uno studio condotto nel 2015 dal gruppo RTI International della Carolina del nord, sia il database dell’FBI che il programma di statistica del Ministero della Giustizia hanno tralasciato dal conteggio circa un quarto delle morti causate da agenti di polizia registrandone solo il 46%. Un’omissione che risulta quantomeno sospetta e che, senza dubbio, falsa la portata del fenomeno e quanto questo sia radicato. Del resto la matrice che fa degli Stati Uniti una nazione ancora profondamente razzista e violenta va ricercata per prima cosa nella sua storia, nel mito del cowboy e della frontiera, in quello che qualcuno ha definito come il “genocidio dei nativi americani”.

A tutela e difesa dei diritti umani

L’organizzazione Human Rights Watch ha più volte lanciato l’allarme in merito a presunte discriminazioni razziali che si sono verificate anche recentemente durante gli arresti per la violazione delle misure di distanziamento sociale o di contenimento del contagio da Covid 19. Il problema è stato sollevato dal procuratore generale dello Stato di New York, Letitia James che ha invitato il dipartimento di polizia ad evitare pregiudizi razziali nell’effettuare i controlli. “È intrinsecamente sbagliato – ha detto la procuratrice Letitia James – sorvegliare in modo aggressivo, un gruppo di persone e ignorare un altro gruppo se commette la stessa infrazione. Il NYPD deve assicurarsi che la razza, il colore della pelle e il quartiere di un newyorkese non determinino il modo in cui vengono sorvegliati”.

Lockdown e violazioni

In effetti però le persone di colore sono state quattro volte più a rischio d’incriminazione per aver violato il lockdown, rispetto ai bianchi. Secondo Sentencing project, un centro di ricerca con sede a Washington che studia le difficoltà razziali all’interno del sistema giudiziario penale americano, gli afroamericani vengono detenuti nelle prigioni statunitensi in una percentuale cinque volte superiore rispetto ai bianchi, percentuale che raddoppia in almeno cinque Stati del sud. Ma chi sta dietro ai numeri che ogni tanto arrivano a riempire anche qualche pagina di cronaca internazionale sui nostri quotidiani? Non è difficile dare un’identità alle 26’000 uccisioni avvenute negli ultimi venti anni da parte della polizia.

Un nome e un volto a un numero

Cambia la modalità, il luogo del delitto, la ferocia, ma la costante è sempre la stessa. Il colore della pelle. E George Floyd, 46 anni, ucciso soffocato da un agente durante il suo arresto il 26 maggio 2020 a Minneapolis è solo uno dei morti, periti ingiustamente. George Floyd che dirà venti volte “non respiro”, mentre l’agente gli risponde “allora smettila di parlare”. Tutti morti per essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Morti quasi per caso e di sicuro inutilmente. Chissà, forse un giorno le cose cambieranno, e forse allora potremo scrivere un’altra storia. Una storia a colori. Quella della loro vita, e non quella della loro morte.

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