Paolo Di Stefano, più che una lettura un’esperienza.

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Il nuovo romanzo di Paolo Di Stefano non è una lettura ma un’esperienza. Dalla quale si esce cambiati. Per la sua intensità. Un libro che si fa amare, perché  bellissimo.

Che Paolo Di Stefano sia una delle più belle penne in circolazione non è una novità. Lo sappiamo da una trentina d’anni, forse anche più. Da quando al «Corriere del Ticino» ha in pratica inventato il quaderno culturale. Ancora dai suoi reportages per il Corriere della Sera (memorabile quello al seguito del Giro d’Italia, con interventi quotidiani non necessariamente legati alla gara ciclistica) e dalle sue numerose pubblicazioni. A partire da «Baci da non ripetere» (edito da Feltrinelli ma oramai introvabile), del 1994. Un titolo che non citiamo a caso: infatti vi è uno stretto legame con «Noi» appena pubblicato da Bompiani. Se nel millennio scorso il romanzo era (anche) una rottura del ghiaccio, una creazione impellente su di una tragedia familiare in piena fase di elaborazione, oggi si è quasi ad una voglia di tirare le somme, o perlomeno di rimessa a fuoco, su di una lacerazione ancora lancinante. Il fratellino, morto per leucemia a neanche sei anni, è dolore troppo grande, e persistente. Intimo ma non individuale.

Diciamolo subito: «Noi» non è solo un romanzo scritto molto ma molto bene. Non è un gesto liberatorio ma un esercizio di estrema umiltà coniugata a coraggio. Sì, perché ci vuole forza per spogliarsi davanti ai lettori in questo modo. Di Stefano lo fa, coinvolgendo anche qualche suo familiare: il padre, la madre, il nonno, … . E con loro … Avola, la Sicilia, il paese d’origine che mantiene tutta la sua profonda presenza (diversi altri suoi libri fanno capo o coinvolgono questa comunità siciliana). La sorgente, il luogo dal quale si è partiti ma nello stesso tempo anche il punto di approdo finale.

«Noi» è una forma di autobiografia che non esclude riverberi di saga domestica, un testo di un’intensità rara. Pagine che incuriosiscono il lettore ticinese, perché viene narrato anche il Ticino degli anni 50-60, ma anche pagine che commuovono. 

Ad esempio con quella voce fuori campo, tipograficamente trattata in modo speciale (testo al centro e colore rosso): è la versione e visione del fratellino morto sui fatti accaduti, le sue piccole amicizie, aspirazioni, progetti …  Per chi legge una carezza ma in contemporanea un pugno. 

Impressionante la premura documentale, quando lo scrittore va a ricercare vecchie scartoffie e bigliettini serbati in polverose scatole di cartone. Conti spiccioli ma anche lettere ufficiali: tutto custodito con certosina cura. Ricerche che solo uno studio antecedente e serio di filologia romanza (Di Stefano si è laureato in questa disciplina con Cesare Segre a Pavia) può indurre e permettere. 

Ci sarebbe tanto altro da scrivere su questa pubblicazione. Che è diario ma anche epistola, di sicuro il «libro della vita» di Paolo Di Stefano, una sua personale «summa». Ancora …  sui personaggi, anche se forse non è giusto usare questo termine quando si sa benissimo che si tratta di persone, con tutte le loro perenni quanto apparenti contraddizioni. Di Stefano in questo aspetto si supera, perché non si astiene dai giudizi evitando però sempre la sentenza definitiva. Qui il caso del nonno, chiamato anche «il femminaro», i cui alti e bassi non vogliamo rivelare, è emblematico. Ancora la figura del padre, tanto severo in casa quanto gentile e premuroso nella sua professione di insegnante a Lugano (e da moltissimi ricordato con riconoscenza): in «Noi» gli si risparmia nulla ma, senza squilli di tromba, gli vengono attribuiti anche piccoli grandi meriti, magari impliciti : le serate in compagnia delle sue declamazioni di Leopardi e Foscolo…, la sua emozione in visita alla mitica sala riunioni in Via Solferino, il suo straziante viaggio in solitaria con la piccola bara. E la madre, che si è portata via il fardello più pesante (esiste qualcosa di peggio della morte di un figlio? No) facendo capo a minimi gesti o abitudini quotidiane, apparenti inanità necessarie alla resistenza. Lei «comincia a ricordare senza fatica. Con senza fatica»: in questa frase c’è tutta la grandezza della scrittura di Paolo Di Stefano.

Tra Avola e Viganello, tra generazioni che si incontrano e scontrano, vissuti culturali contrapposti, ansie contraddittorie dettate dall’introvabile terra ferma (dunque lo stato d’animo dell’emigrato, qui elevato a potenza da uno smisurato orgoglio)… «Noi» è un romanzo pieno, ricco, vero. Si rimane folgorati e scossi e per un bel po’ di tempo una volta letta l’ultima frase. Epico ma anche etereo. Giusto così, perché il senso rimanente ai lettori è quello di gratitudine nei confronti dell’ autore. Per chi scrive, «Noi» è il più bel romanzo letto quest’anno. Un libro che si fa amare, tutto qui.

«Noi», di Paolo Di Stefano, 2020, ed. Bompiani, 2020, pag. 608, Euro: 22,00.

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