Quando Biagi e Bocca erano il giornalismo

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Enzo Biagi e Giorgio Bocca. Nati entrambi nel 1920. Tutti e due in agosto. Il primo il nove e il secondo adesso, il ventotto. Quest’anno avrebbero compiuto cent’anni. Entrambi condividevano la grande passione per il giornalismo che non era soltanto un mestiere, ma una scelta di campo e d’impegno civile. Entrambi hanno raccontato la storia del Novecento ascoltando e dando voce alla pancia del paese. Lo hanno fatto attraverso la cronaca italiana e non solo.

Figli di un giornalismo che voleva finalmente capire le ragioni altrui, senza giudicare né pensare di voler essere giudice e boia. Uno stile di giornalismo che, assieme a quello di Sergio Zavoli e Andrea Barbato, ha fatto di questo mestiere un imprescindibile strumento di verità e di umanità. Biagi e Bocca. Pacato e attento al fatto che tutti potessero cogliere la notizia per potersi poi fare una loro opinione, il primo, un giornalista ruspante e senza peli sulla lingua, il secondo.

Giorgio si è soprattutto dedicato al giornalismo d’inchiesta, dalla diga del Vajont alla guerra in Vietnam coprendo tutti gli avvenimenti più eclatanti della storia recente, con lo sguardo attento di chi aveva vissuto in prima persona il fascismo, ma anche la lotta partigiana. Enzo, già direttore del telegiornale della Rai all’inizio degli anni Sessanta, dal 1995 al 2002 condusse su Rai Uno la trasmissione “Il Fatto”, che qualcuno definirà come “il programma più importante dei primi cinquant’anni della Rai”.

Erano due passepartout sui fatti del mondo. Esempi che però sembrano essere stati dimenticati, pensando al presente, o quantomeno poco seguiti da chi oggi si è trovato a raccogliere quell’eredità, il loro testimone. È pur vero che di fronte al bombardamento mediatico al quale assistiamo quotidianamente anche grazie a internet e ai social, oppure ancora se pensiamo al fenomeno attualissimo delle fake news, ci rendiamo tutti immediatamente conto come l’attenzione alla notizia sia cambiata. E anche fare il giornalista è forse più complicato di un tempo.

Eppure qualcuno ancora li ricorda e non si vergogna di dire che sono stati un importante punto di riferimento per generazioni di giornalisti. “Enzo Biagi diceva che lui faceva le domande e l’altro se vuole risponde. Un’altra cosa che lo faceva impazzire era quando i politici facevano le dichiarazioni con i microfoni in mano. Per lui era come se un carabiniere avesse dato la pistola in mano al ladro – così lo ricorda Marco Varvello, ex conduttore del TG1, corrispondente Rai dagli Stati Uniti, da Berlino e Londra – non aveva nessun pregiudizio, anche quando intervistava delle persone che non amava. Diceva che noi potevamo avere delle amicizie ma il nostro programma non doveva essere amico di alcuno”.

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