Togliere statue per rimuovere la Storia?

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Le tensioni sfociate in America dopo l’uccisione di George Floyd da parte di un agente di Minneapolis non intendono placarsi. Fra gli avvenimenti successi ha fatto molto scalpore l’abbattimento e gli atti di vandalismo verso statue di personaggi importanti per la storia americana e non solo. Gas ha deciso di indagare sul fenomeno e ha intervistato Davide Longo, redattore di East Journal e membro di Scacchiere Storico, associazione di storici dell’Università degli Studi di Milano.

Le tensioni negli USA sono imputabili a un problema razziale, sociale o economico?

Senz’altro è una combo di più elementi. L’esasperazione legata al lockdown e la crisi economica, amplificata dal virus, hanno giocato la loro parte. Però il problema legato alla violenza della polizia nei confronti delle minoranze, soprattutto quella afroamericana, non è nuovo. L’abuso di potere della polizia nei confronti delle minoranze esiste da quando esistono gli Stati Uniti. Tuttavia starei molto attento nell’etichettare il tutto come un fatto esclusivamente razziale, inteso come sola questione legata al colore della pelle. Gli afroamericani spesso appartengono alle fasce meno abbienti della popolazione e anche questo incide parecchio.

Cosa si nasconde dietro l’abbattimento delle statue?

Il discorso è complesso. Per tanti afroamericani la statua di Colombo, ad esempio, ricorda il passato schiavista subito. Ma anche a diversi bianchi lo ricorda, perché i loro antenati l’hanno praticato. È chiaro che quella statua ha un significato che può travalicare quello per qui è stata realizzata. Le statue di Colombo in questione sono state erette per celebrare l’integrazione della comunità italiana nella società statunitense. Non servivano a celebrare Colombo come massacratore di Indios, fra le tante cose che è stato oltre al famoso navigatore per cui tutti lo conosciamo. Le statue però assumono significati diversi a seconda dell’epoca o dei settori della società che vi si rapportano. Questo specifico movimento di massa le abbatte perché vede Colombo come espressione della colonizzazione. Ma questo riguarda la memoria, non la Storia.

Qual è la differenza fra Storia e memoria?

La Storia è la disciplina che studia il passato sulle fonti, che possono essere documenti, opere archeologiche ecc. La memoria è quello che le persone hanno come ricordo di un evento storico. Lo studio della Storia deve essere il più possibile scientifico, quindi oggettivo. La memoria invece è soggettiva. La diatriba sulla memoria si vede bene quando parliamo della Resistenza. Per la Storia la RSI era uno Stato collaborazionista della Germania nazista. I partigiani invece combattevano per liberare il paese da una dittatura nazi-fascista, quindi anche dall’invasore straniero. Questo è un fatto, è Storia. Ma questo non impedisce a una famiglia col parente repubblichino di rendergli omaggio o di dire che il nonno era un bravo uomo che si prendeva cura della famiglia. Questa è memoria. La memoria è legittima, se non viene confusa o fatta passare per Storia. In quel caso diventa propaganda.

I monumenti e le targhe commemorative a cosa servono?

Servono a costruire un linguaggio politico, rideclinando al presente un determinato avvenimento storico. Se l’Italia repubblicana facesse una statua in onore di re Vittorio Emanuele II starebbe rivendicando una continuità con il Regno d’Italia. Se invece costruisse una statua a Mussolini starebbe rivendicando la continuità con il fascismo. Ad esempio la repubblica italiana mantiene i monumenti costruiti durante il Regno d’Italia in onore dei Savoia perché, nonostante sia una forma istituzionale diversa, rivendica con l’Italia liberale una continuità storica e culturale. Non è una cosa da etichettare come positiva o negativa. È un fatto che la Storia si utilizzi per costruire un discorso politico. Poi ognuno di noi decide da che parte schierarsi. L’importante è che ci sia la consapevolezza che se si fa una targa a uno schiavista si sta valutando positivamente il suo operato, anche se magari viene eretta per un’altro motivo. Questo può portare allo sviluppo di un movimento che quella targa la vuole abbattere.

Tornando alla questione di Churchill e Montanelli, cosa si può dire in merito?

Da storico posso affermare che Churchill è stato un grande statista nella Seconda Guerra Mondiale. Allo stesso modo è stato costruttore e partecipe di un modello coloniale e razzista inglese, anche verso popoli europei come gli irlandesi. Se vogliamo, è stato anche un gran giornalista di guerra, premio Nobel per la letteratura coi suoi reportage sul conflitto anglo-boero. Churchill è stato tante cose diverse: la Storia le tiene da conto tutte, la memoria invece le seleziona. In altre parole la memoria che ogni inglese ha di Churchill può essere diversa. Alcuni celebrano i suoi suoi meriti nella lotta contro il nazismo, altri invece lo ricordano come un amministratore razzista, e quindi ci possono essere opinioni diverse a proposito della legittimità di una statua celebrativa del personaggio. Per questo un certo governo di una certa parte può decidere di costruirla, e magari un altro governo della parte avversa – o un movimento di massa – può decidere di abbatterla.

Complicato anche perché c’è dell’ignoranza di fondo. Per noi non anglofoni Churchill è stato forse “solo” colui che ha contribuito alla sconfitta dai nazisti. La questione irlandese è sconosciuta ai molti.

Certo. La memoria parziale nuoce alla società. La cosa importante è che la memoria che abbiamo di un personaggio non vada a intaccare lo studio storico-scientifico di esso. Da grande appassionato di storia irlandese non posso perdonare a Churchill l’atteggiamento dimostrato verso questi ultimi. Dopo di che sono stato anche un appassionato lettore delle sue opere sul conflitto boero. Ma questo concerne la mia memoria personale. Da storico sono obbligato – giustamente – a darne una descrizione a tutto tondo.

Nel caso di Montanelli?

Vale lo stesso discorso. È innegabile che Montanelli sia stato il giornalista di una certa ala politica, con trascorsi nel fascismo e vicino a editori iscritti alla loggia massonica P2. Dall’altra parte è stato il giornalista -fra i primi- ad opporsi alla scesa in campo di Berlusconi. Anche qui, l’importante è spiegarla tutta la storia. Se facciamo un saggio storico sulla sua figura dobbiamo menzionare il passato fascista, le corrispondenze di qualità da Finlandia e Ungheria, il depistaggio – provato in sede processuale – delle indagini relative alla bomba di Piazza fontana, il fatto che – pare – praticò il madamato in Etiopia. Una violenza sessuale ma anche coloniale, una violenza a cui in Italia forse Montanelli non avrebbe mai preso parte. Non credo avrebbe mai sposato la figlia minorenne di una delle donne della buona borghesia italiana o parigina, violentandola con l’aiuto della madre come da lui stesso raccontò in un articolo sul Corriere anni dopo…

Eppure molti sostengono, e Montanelli stesso afferma, che era consuetudine praticare il madamato all’epoca…

Non è proprio così. Il regime fascista propagandava la visione della donna africana come di una mera schiava sessuale. Invece, perseguiva penalmente le unioni matrimoniali, sanzionando in veri e propri processi l’affetto che l’ufficiale italiano poteva provare per una donna africana. Erano misure in difesa della razza che sanzionavano comportamenti che potevano, secondo ovviamente la concezione razzista del regime, portare ad annacquare l’italianità dei colonialisti. Dunque se il rapporto di Montanelli avvenne alla luce del sole e non venne perseguito, ebbene, è molto probabile che dovette configurarsi come una relazione fra un padrone bianco e una schiava nera, piuttosto che di un rapporto paritario. E la violenza sessuale, più che una consuetudine delle popolazioni etiopi e eritree, era invece normalità del rapporto tra colonizzatore e colonizzato. Questo non giustifica Montanelli dall’avere praticato tale normalità, ma semmai conferma che aderì a un modello coloniale e razzista che praticava la violenza sessuale come se fosse normalità.

Sui social il dibattito è molto acceso. Vorrei passare in rassegna con te alcuni post, e vorrei che li commentasti.

  • Se si abbattono le statue bisogna abbattere pure il Colosseo

Argomentazione traballante. Il Colosseo cosa ci ricorda? Ricorda i combattimenti dei gladiatori o i cristiani sbranati dalle fiere nei giochi imperiali, solo che siamo talmente lontani dal modello politico, sociale ed economico che metteva in campo questi fatti che non suscitano più nella nostra memoria fastidio. La stessa cosa non avviene per Colston o Colombo, che ricordano invece la colonizzazione e lo stermino degli indigeni. Sono fatti più vicini a noi, hanno un ruolo più d’impatto nel discorso politico attuale. Ma la questione principale è un’altra: il Colosseo ha un valore storico-archeologico fondamentale, esattamente come lo avevano i Buddha di Bamiyan in Afghanistan, fatti saltare in aria dai talebani, perché testimoniavano fino a dove il buddhismo si fosse spinto. Il valore archeologico di questi monumenti è incomparabile a una statua eretta nel 1800 da uno Stato ancora esistente. La demolizione del Colosseo pregiudicherebbe lo studio dell’epoca a cui appartiene. La rimozione di una statua recente, appartenente a un’epoca di cui abbiamo una messe importante di documenti, lo pregiudica molto meno.

  • I manifestanti che hanno tolto le statue non sono differenti dai terroristi dell’Isis o ai nazionalisti serbi che hanno bruciato la biblioteca di Sarajevo

Sono incomparabili fra loro. Decidere di rimovere un monumento è una pratica di discorso politico. Non intacca la nostra capacità di fare una valutazione storica obiettiva. Le statue sono sì una fonte utile per la ricerca, spesso non per il periodo storico in cui il personaggio a cui è dedicata è vissuto, ma per quando è stata costruita. Invece, nel caso degli altri due esempi, stiamo parlando di una delle più belle e grandi biblioteche dei Balcani – con migliaia di testi di rarità straordinaria – oppure della distruzione di siti archeologici sui quali ancora oggi si fa ricerca. Dopo di che, fare un parallelismo fra i manifestanti di Black Lives Matter -che non uccidono nessuno- e l’Isis significa spostare il focus della questione. Questa è una narrazione tossica che non va assecondata.

  • Togliere i monumenti è paragonabile alla censura di Via col vento e il caso dei Moretti in Svizzera

Chiariamo: l’ Hbo non ha censurato Via col vento. Lo sarebbe stato se la pellicola fosse stata ricaricata dalla piattaforma tagliata. Che il film abbia contenuti razzisti è indubbio. Figlio non tanto di una determinata epoca, ma di una cultura che l’ha prodotto e quindi deve rimanere così com’è. Possiamo accettare invece un disclaimer che segnala e spiega i contenuti razzisti del film, così da accrescere la nostra conoscenza. Però dobbiamo interpretare in modo corretto i fatti. Sia il ritiro di Via col Vento, sia il ritiro dei cioccolatini “Mohrenkopf” è principalmente una pratica di marketing. Esattamente come il caso di Spotify, che sta puntando sulla playlist “Black Lives Matter”, con canzoni a tema. Non penso che a Spotify interessi veramente la causa, credo più che voglia compiacere i clienti. Le proteste stanno cambiando la percezione della popolazione e le ditte adeguano il proprio marketing in base a ciò.

Le rivolte, compreso l’abbattimento delle statue, porteranno a qualcosa di concreto?

Qualcosa si è mosso. La rimozione del monumento di Colston, per esempio, ha prodotto due effetti. Il primo è l’istituzione di un corso di Storia della Schiavitù all’università di Bristol, sbloccando così un processo fermo da decenni. Il secondo è il ripescaggio della stessa che verrà esposta in un museo con una didascalia per contestualizzarla. Interessante è la proposta dall’artista Banksy, che vorrebbe rimettere Colston sul suo piedistallo ma attorno costruirci altre statue, a rappresentare i manifestanti che lo stanno abbattendo. Non sarebbe più quindi il ricordo di un filantropo, stato anche schiavista, ma diventa il ricordo del momento in cui la popolazione ha voluto abbattere lo schiavista. È uno stravolgimento!

In generale invece possiamo dire che le proteste stanno avendo un’incidenza sulla popolazione americana molto forte. Pensiamo al corpo di polizia di Minneapolis sciolto oppure al caso di Capitol Hill, distretto economico di Seattle, reso dalla popolazione zona libera dalle autorità. Sono fattori importanti, come pure l’assedio della Casa Bianca. Fa pensare il fatto che il presidente degli Usa, potenza indiscussa, debba rintanarsi per sfuggire alla popolazione in rivolta. A cosa porterà tutto questo? Ancora non si sa.

Rimuovendo una statua si rimuove la Storia?

No. Perché sono due cose diverse. La Storia è lo studio del passato tramite documenti e fonti. La statua invece è una fonte, che serve a creare una memoria comune nel discorso pubblico. Quindi, togliendo un monumento, si toglie una fonte. Anzi, in determinati contesti, rimuovere una statua significa fare la Storia. E credo sia in questo senso che gli storici dovrebbero cominciare a studiare il movimento Black Lives Matters.

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