Una notte al museo

Di

Monica Rusconi, fisico asciutto e viso da ragazzina, rischia sempre di dover mostrare la carta d’identità quando compra una bottiglia di vino, è invece la seria e ponderata curatrice del Museo della civiltà contadina di Stabio, un museo che si visita di giorno e dove i manufatti non prendono vita come nell’omonimo film di Shawn Levy.

Quella di Stabio è una delle tante realtà che rievocano un passato rurale, e spesso di estrema povertà (ammettiamolo, noi ticinesi non eravamo come i ricchi mercanti delle Fiandre). Monica ha un curriculum spaventoso e al contempo, nonostante il suo mestiere che molti di noi pensano paludato, mantiene una freschezza e un’ironia non comuni.

Laureata all’Universtà degli Studi di Milano in scienze della mediazione interlinguistica e interculturale, ha studiato cinese alla Liaoning Shihua University, lingua e letteratura spagnola all’Università di Cienfuegos e storia all’Uni di Ginevra. Roba da pelle d’oca.

Monica, ora hai smesso di studiare, sei cosciente che il tuo curriculum fa impallidire il ticinese medio?
Alle scuole dell’obbligo alcuni docenti mi ripetevano, quasi per convincermi (?), che non avrei combinato niente di buono “da grande”. Mi scocciava l’idea che potessero avere ragione per cui…

Una domanda provocatoria. Che senso ha l’ennesimo museo di storia contadina? Non ne abbiamo troppi in Ticino?

Se ti dicessi che le mie orecchie hanno sentito bambini, nati e cresciuti in Ticino, affermare che “la carne non viene mica dagli animali!”, “il pollo che mangiamo ha 6 zampe però le galline ne hanno due”, “solo il toro ha le corna, già!”, “il latte lo fa la fabbrica del negozio dove la mamma va a fare la spesa” o, variante forse un po’ meno dura da digerire, “la mucca fa il latte per noi”, tu penseresti ancora che abbiamo troppi musei dedicati alla civiltà contadina?

Quanto ami il tuo lavoro da 1 a 100?
101, con l’energia dei cuccioli della famosa “carica”.

Molti potrebbero pensare che sei un noioso topo di biblioteca, smentiscili

In realtà, sono un pragmatico topo da biblioteca allergico alla noia che, per di più, ama studiare le trappole per topi. Scherzi a parte, ho in testa una fornitissima biblioteca alla quale attingere per raccontare, nel modo meno serioso possibile, quello che millanta storie mi hanno insegnato (e ancora mi insegnano).

Qual è la particolarità del vostro museo?

Senza ombra di dubbio il rapporto con il pubblico e il taglio dato alle mostre (un dialogo, spesso poco pacifico, tra passato e presente). Il rapporto con il pubblico è di tipo uno a uno. Ogni visitatore che varca la soglia del Museo viene da noi accompagnato alla scoperta delle esposizioni. Ciò che raccontiamo (e come lo raccontiamo!) è adattato alla persona che abbiamo davanti a noi. Le parole scelte non sono mai uguali, né la selezione di temi presentati né gli oggetti che rivivono con i gesti del visitatore, né i necessari paragoni e inevitabili provocazioni sul presente. Quello con il visitatore è, quindi, un dialogo unico e irripetibile. È questo il nostro punto di forza: parlare al pubblico e con il pubblico.

Ora un po’ più seri, non senti la necessità di trovare altri modi, più penetranti e interattivi per far capire, soprattutto ai giovani, un passato fatto di stenti, lavoro e sacrifici? Insomma, il rischio non è che passi solo nozionismo e che i sentimenti, la sofferenza, vadano persi nel tempo?

La mia preoccupazione non è che il bambino o il ragazzo sappia il nome di un determinato oggetto. Mi interessa molto di più che lo guardi con interesse e stupore, che lo tocchi, che provi a metterlo in funzione. Mi preme che impari a quale contesto apparteneva e che ricordi a cosa serviva.
Il taglio espositivo e il modo di condurre le visite guidate del nostro Museo sono costruiti con questa concezione: relazionarsi con l’oggetto e con il tema al quale appartiene. Per questo motivo sono molti gli oggetti esposti che possono essere messi in funzione e sottratti, per qualche minuto, alla parete a cui sono appesi. È questo il nostro modus operandi, il nostro modo di cominciare a raccontare le storie partendo da uno dei circa mille oggetti esposti.
È più efficace (oltre che più divertente!) invitare un bambino o a un ragazzo a macinare a mano del mais, piuttosto che tentare di istruirlo a parole su quante fatiche si nascondono in 50 grammi di farina.

Una volta si diceva che le tre cose più famose del Ticino erano la diga di Melide, il campanile di Intragna e la fame dell’Onsernone. Io da onsernonese rivendico questo passato faticoso, facci entrare in quello che fu davvero il mondo contadino dei secoli passati.

Credo che il modo di dire “fam, füm, frécc” racconti, in 3 semplici parole, la storia di tutto il Ticino contadino, senza entrare nelle distinzioni regionali (e nelle varianti dialettali). 3 parole che rimandano a concetti che, alle nostre latitudini, sono oggi sconosciuti alla stragrande maggioranza della popolazione. Questo dovrebbe bastare a fare riflettere.

Si dice di fare le vacanze a casa, convinci i ticinesi a venire al tuo museo.

Le parole spese fin qui dovrebbero averli già convinti. Se non dovessero bastare, beh, posso assicurare ai lettori che tra la moltitudine di oggetti esposti ne troveremo sicuramente uno in grado di emozionarli e incuriosirli.

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