USA Civil War 2/6

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Nota della Redazione:

Cari lettori, presentiamo, a puntate giornaliere, un’operazione audace e temeraria, quella di Alessandro Boggian (già presidente dei Verdi ticinesi), un racconto di fantapolitica che ha i giorni contati. Boggian infatti si cimenta e si lancia, spericolato narratore, nella cronaca delle elezioni americane, che avranno luogo a novembre di quest’anno. Un racconto che GAS accoglie di buon grado anche perché in grado di evocare fantasmi che dormono da decenni nelle anime delle forze progressiste mondiali.

Una cronaca che seppur nell’ambito della fantapolitica, mantiene saldo un fil rouge realistico un racconto che, nella sua agghiacciante plausibilità, fa venire i brividi e ci fa sperare che i fatti, stavolta, non sfoceranno nella fantasia come purtroppo spesso accade. Un’avvincente lettura che tiene davvero col fiato sospeso, un regalo estivo avvelenato, per tenere sveglie i nostri lettori e ricordare loro che anche nella requie agostinea, il male continua a serpeggiare infido e pernicioso nel sottosuolo della politica internazionale.

Buon divertimento.

2021 – Cronaca dell’inizio della Seconda Guerra Civile Americana (segue dalla precedente puntata: USA civil var II/5)

Lunedì, 16 novembre

La Guardia nazionale si impossessa del palazzo governativo dello stato di New York ad Albany e ordina al governatore Andrew Cuomo di rinchiudersi nella sua residenza ed è, di fatto, agli arresti domiciliari.

Andrew Cuomo

Nel pomeriggio milizie federali entrano negli uffici del procuratore di Manhattan, sequestrando gli uffici e arrestando il procuratore e i suoi assistenti. Bill Barr spiega, durante una conferenza stampe a Washington, che il procuratore capo di Manhattan Cyrus Vance Jr. è sotto inchiesta per diversi reati finanziari tra i quali corruzione, frode fiscale, bancarotta fraudolenta, sequestro illegale di beni, ecc.. Inoltre rassicura che, grazie all’ordine ristabilito, le elezioni saranno convalidate una volta contate le schede mancanti, sempre che non vengano a galla gravi irregolarità, tali da invalidare il risultato. Da notare che Vance, figlio del Segretario di Stato sotto Bill Clinton Cyrus Vance Sr., stava indagando Donald Trump e famigliari per gli stessi reati che gli sono stati contestati. La sua indagine fu a lungo combattuta dai legali di Trump fino alla Corte Suprema che infine dettero ragione a Vance, dandogli il via libera all’utilizzo degli incarti bancari secretati. E’ indubbio che una volta fuori dalla Casa Bianca a mezzogiorno del 20 gennaio 2021, Trump, suo figlio Donald Jr., la figlia Ivanka e il marito di lei Jared Kushner sarebbero tutti stati raggiunti da un mandato di apparizione, se non addirittura di arresto.

Si verificano diversi guasti alla rete elettrica di New York e gli uffici centrali della rete televisiva NBC restano al buio in quanto inspiegabilmente anche i generatori di emergenza sono guasti. I giornalisti si rifugiano nelle camionette di trasmissione, ma le milizie federali sequestrano i veicoli perché non conformi alle disposizioni di sicurezza. Rimane così oscurata una delle principali reti televisive che assieme alla consociata MSNBC, sono la principale voce di dissenso televisivo nei confronti di Donald Trump.

Ma gli altri che fanno?

Non appena terminate le operazioni di voto, in quasi tutti i locali elettorali è iniziato lo spoglio in loco oppure presso una sede centrale. In molti casi i voti vengono registrati direttamente grazie alle macchine di voto elettroniche che trasmettono i dati alle segreterie dello Stato. I primi dati registrati provengono dai voti espressi il giorno stesso, mentre gli invii postali e i voti anticipati vengono conteggiati successivamente. Da fonti interne emerge che un po’ dappertutto si nota un leggero vantaggio per Trump e i candidati repubblicani, vantaggio molto marcato negli Stati del Midwest e nel cosiddetto “Bible Belt”, dove gli “Evangelicals” anti-abortisti rappresentano lo zoccolo duro dell’elettorato repubblicano. È risaputo che gli elettori democratici hanno la tendenza di votare in anticipo e che quest’anno hanno votato principalmente per posta laddove è consentito. Ma a preoccupare la dirigenza del DNC (Democratic National Committee) è il fatto che anche dalle circoscrizioni tendenzialmente democratiche di diversi Stati come nel Texas, arrivano dati contrastanti e spesso preoccupanti. Di conseguenza si decide di attendere dati più completi e soprattutto più confortanti. Infatti, non è solo in gioco la presidenza, ma anche la maggioranza in Senato.

Il candidato democratico Joe Biden rimane rintanato nella sua lussuosa cantina a Wilmington nel Delaware da dove ha condotto gran parte della sua campagna elettorale per sfuggire all’epidemia di Covid-19. A parlare è l’ex presidente Barack Obama che a più riprese ha fortemente criticato il presidente durante la campagna elettorale e che ora non risparmia accuse e contro accuse sul risultato elettorale e gli eventi seguenti al 3 novembre. Anche la candidata alla vice-presidenza Kamala Harris la mette giù dura, specie dopo i fatti di Lansing, accusando il procuratore generale Barr di atti illegali. Il fatto è che hanno tutti le mani legate. Non possono fare nulla in mancanza di dati ufficiali favorevoli e non possono fare altro che attendere che arrivi il momento propizio per cantare vittoria. Ciò non toglie che una marea di avvocati del DNC hanno inoltrato istanze presso tribunali federali e statali per contestare le procedure di voto e le azioni senza precedenti da parte della Casa Bianca in combutta col responsabile del Dipartimento della Giustizia Bill Barr. Sulla base dei sondaggi interni, le elezioni avrebbero avuto un decorso positivo, nonostante i risultati pubblicati finora, ma dopo le azioni della Guardia Nazionale sotto il comando di Trump, tutto è tornato in discussione. Senza contare che le cose peggioreranno ulteriormente. Ma Joe Biden ancora non lo sa.

Martedì, 17 novembre

Anche gli uffici del sindaco di New York vengono perquisiti in mattinata, ma il sindaco Bill De Blasio, apparentemente coinvolto nella vicenda del procuratore di Manhattan Cyrus Vance Jr., è introvabile. Scompare anche la scritta “Black Lives Matter” sulla 5th Avenue, dipinta proprio di fronte alla Trump Tower e alla quale lo stesso De Blasio ha contribuito con una mano di pittura gialla.

Cirus Vance Jr. e Bill De Blasio

Avvengono manifestazioni spontanee in tutta la metropoli che però vengono immediatamente confrontate dalle milizie federali e dal New York Police Department ora sotto il controllo di Bill Barr che ha anche preso il comando di tutte le forze di sicurezza dello stato. I disordini sono violenti e si registrano diversi morti e feriti tra i dimostranti, specie nel Queens e nel Bronx, dove viene arrestato anche il leader black Jamaal Bowman, candidato democratico in un distretto a forte maggioranza democratica e presunto vincitore delle elezioni, nonché iscritto ai Democratic Socialists of America. A parte Staten Island, tutti i distretti della metropoli sono sotto il ferreo controllo delle forze comandate direttamente da Washington.

Per ora l’esercito resta a guardare, anche perché non si è mai intromesso nelle faccende politiche interne. Non è chiaro però il ruolo del potente direttore della National Intelligence John Ratcliffe, nominato da Trump a fine maggio, nonché quinto direttore in poco più di tre anni anni. Egli è a capo dell’importante National Intelligence che concentra tutte le organizzazioni dell’intelligence americana, inclusa la famigerata CIA, che non sono di competenza delle forze armate. Ratcliffe coordina pure la Intelligence Community che è l’organizzazione ombrello che raggruppa oltre a quelle civili anche le agenzie militari. Già rappresentante del Texas in Congresso, John Ratcliffe è subito diventato uno scagnozzo del presidente avendo in comune il vizietto di raccontare balle e un ego smisurato che però non gli impedisce di prediligere il lecca-lecca a forma del coco de mer de Trump. Pertanto Ratcliffe è pronto a fare qualunque cosa che il capo esige, senza chiedersi se la cosa è lecita o meno, specie ora che il Congresso è in attesa della riconferma biennale. I 435 onorevoli (più 6 senza diritto di voto) della Camera dei Rappresentanti vengono eletti ogni due anni, mentre i cento Senatori, due per stato, restano in carica 6 anni e ogni due anni viene eletto circa un terzo di loro. In questa tornata ben 23 senatori repubblicani su 53 sono chiamati alla riconferma, mentre quelli democratici sono solo 12. Quattro senatori repubblicani rischiano fortemente di perdere il posto: Susan Collins del Maine, Cory Gardner del Colorado, Martha McSally dell’Arizona e Thom Tillis del North Carolina e con costoro la maggioranza repubblicana in Senato. Non è un caso che in tre di questi Stati i risultati elettorali parrebbero compromessi.