USA Civil War II/7

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Nota della Redazione:

Cari lettori, presentiamo, a puntate giornaliere, un’operazione audace e temeraria, quella di Alessandro Boggian (già presidente dei Verdi ticinesi), un racconto di fantapolitica che ha i giorni contati. Boggian infatti si cimenta e si lancia, spericolato narratore, nella cronaca delle elezioni americane, che avranno luogo a novembre di quest’anno. Un racconto che GAS accoglie di buon grado anche perché in grado di evocare fantasmi che dormono da decenni nelle anime delle forze progressiste mondiali.

Una cronaca che seppur nell’ambito della fantapolitica, mantiene saldo un fil rouge realistico un racconto che, nella sua agghiacciante plausibilità, fa venire i brividi e ci fa sperare che i fatti, stavolta, non sfoceranno nella fantasia come purtroppo spesso accade. Un’avvincente lettura che tiene davvero col fiato sospeso, un regalo estivo avvelenato, per tenere sveglie i nostri lettori e ricordare loro che anche nella requie agostinea, il male continua a serpeggiare infido e pernicioso nel sottosuolo della politica internazionale.

Buon divertimento.

2021 – Cronaca dell’inizio della Seconda Guerra Civile Americana (segue dalla precedente puntata: USA Civil War II/6)

Mercoledì 18 novembre

Ad oltre due settimane dall’inizio dello spoglio delle schede, i cittadini americani non sanno ancora chi sarà il loro presidente. Si hanno i dati definitivi da 41 Stati che in tutto danno a Donald Trump 215 voti dei grandi elettori, mentre Joe Biden si ferma a 194 voti. Donald Trump, alla luce di questo risultato parziale si dichiara vincitore, nonostante gli manchino ancora 55 voti elettorali per raggiungere i fatidici 270 per lecitamente dichiarare vittoria. Ciò che insospettisce molti sono i dati provenienti dalla Florida, dove Trump ha trasferito la sua residenza da New York e dove risulta vincitore. Tutti i sondaggi precedenti alle elezioni davano Biden quale favorito, ma lo Stato è sotto il controllo di Ron DeSantis, un pupillo di Trump, e ora con gli uffici statali occupati dai federali, anche sotto il controllo di Bill Barr. Ciò che pare strano è che i dati pubblicati mostrano una bassa partecipazione nelle circoscrizioni tradizionalmente democratiche come Miami-Dade County, la più popolosa dello Stato e che dal 1992 ha sempre votato in favore del candidato democratico con maggioranze che a volte superavano il 60%. Il fatto che Miami-Dade mostrasse una partecipazione molto più bassa del solito e una vittoria per Biden ferma al 52%, lascia intendere che l’inibizione strisciante del voto concentrata in questa circoscrizione, sia del voto per posta, sia ai seggi, ha dato i frutti sperati alla campagna di Trump. 

Manca il dato ufficiale da uno Stato tradizionalmente democratico quale New York con i suoi 29 voti elettorali, come pure i dati del distretto federale di Washington, che non ha la levatura di Stato e da soltanto tre voti elettorali.  I nove Stati mancanti, a parte New York democratico e Ohio republicano, erano cosiddetti “purple states”, Stati porpora, né rossi repubblicani, né blu democratici. Contro la Clinton, Trump aveva vinto in Arizona e North Carolina con meno del 4% di vantaggio e nel Michigan e Pennsylvania con meno dell’1%. I quattro Stati danno in totale 62 voti elettorali, più che sufficienti per la vittoria. La Clinton nel 2016 aveva invece vinto tre grandi elettori su quattro nel Maine, i quattro del New Hampshire e i nove elettori del Colorado. L’unico Stato che, secondo i sondaggi, avrebbe potuto andare a Donald Trump era il North Carolina coi suoi 15 grandi elettori, dove prima del 3 novembre godeva di un leggero vantaggio dell’1%. In tutti gli altri Stati Biden aveva un comodo vantaggio di oltre il 5% nei sondaggi. Il North Carolina ha un governatore democratico, Roy Asberry Cooper III e un vice-governatore repubblicano, Dan Forrest che, nel North Carolina, controlla anche il Senato dello Stato. Entrambi sono in corsa per la carica di governatore, dove il governatore in carica democratico è fortemente favorito dai sondaggi. La lotta in questo Stato è pertanto triplice: Presidente, Senatore e Governatore, tutti e tre con i candidati democratici quali favoriti.

Da Denver nel Colorado giungono notizie clamorose, la FBI, sotto il controllo diretto del capo del dipartimento della giustizia Barr, ha occupato gli uffici del governatore Jared Polis, della Segretaria di Stato Jena Griswold e del Procuratore Generale dello Stato Phil Weiser, sequestrando l’intero incarto elettorale, compreso i risultati ufficiali. Allo stesso tempo, in una delle tante miniere abbandonate dello Stato, liberano il marito e figli del governatore che erano tenuti in ostaggio da un neo-costituito gruppo sedizioso denominato “Free Colorado”. I rapitori sono riusciti a sfuggire alla retata.

Giovedì 19 novembre

L’incertezza del risultato e il sospetto di brogli da parte di entrambi i partiti non fanno altro che accentuare le proteste. Le reti televisive, tranne Trump TV, subiscono interruzioni tecniche inspiegabili. Anche la rete informatica, ormai fonte principale di notizie, spesso incontrollate, è instabile. La gente è confusa e sempre più divisa e le città rimangono sotto assedio, sia delle forze dell’ordine, sia dei manifestanti. E’ il caos! Da questa situazione ne trae profitto non solo la malavita, ma anche le fazioni politiche violente ed estreme di entrambi i fronti. Una di queste, che si ispira alla supremazia bianca e QAnon, rivendica l’assassinio di Keith Ellison, procuratore generale del Minnesota. Già membro democratico del Congresso dal 2007 al 2019, Ellison fu anche vice-presidente del DNC, sigla che identifica il partito democratico, e pertanto nota figura pubblica grazie alle sue frequenti apparizioni televisive. Ma Ellison non era soltanto un democratico molto noto, era anche black e musulmano. 

QAnon, non solo complottisti

Su QAnon si potrebbe scrivere un libro ed è un fenomeno recente che però ha radici profonde e pericolose negli USA. In breve si potrebbe quasi descrivere come una setta, solo che non ha né un’organizzazione dichiarata, né una guida palese. E’ un tipico fenomeno della diffusione di notizie false tramite Internet, che col tempo tramutano in teorie del complotto e che in seguito diventano espressioni di massa in un clima generale di malcontento, dove ognuno cerca una causa del proprio malessere. La vittoria di Trump nel 2016 fu il risultato concreto di questo malcontento che lui ha saputo cavalcare con astuzia e cinismo durante l’intera presidenza. Alcuni suoi stretti collaboratori hanno subito capito il potenziale di questa situazione e hanno abilmente alimentato varie teorie del complotto tramite QAnon per rassodare la base elettorale di Trump al punto di proporre vari candidati al Congresso con buone probabilità di successo, tra i quali emerge Marjorie Taylor Greene in Georgia che non ha nascosto il suo razzismo e sentimenti antisemitici. L’Establishment repubblicano non ha mancato di criticarla fortemente, mentre Trump l’ha elogiata in uno dei suoi tanti tweet quotidiani. Infatti, QAnon si basa sull’idea che gli Stati Uniti sono la testa di una piovra internazionale di traffico umano pilotato da democratici pedofili che usano persone e bambini per i loro riti satanici. Trump sarebbe, secondo i veri credenti di QAnon, il salvatore che ripulirà Washington da questi e altri rappresentanti dell’Establishment che invece sarebbero l’espressione di tutta la corruzione intrinseca della burocrazia di Washington. QAnon si è talmente infiltrato nel pensiero americano al punto da essere preso seriamente anche da alcune forze dell’ordine, come la squadra SWAT della Florida, dove un sottoufficiale della stessa rimase immortalato in un foto assieme al vice-presidente Pence, mettendo in bella mostra il simbolo di QAnon sulla divisa. Tra di loro i seguaci si identificano quali patrioti e vanno in giro esibendo una “Q” maiuscola in catenine, adesivi, tatuaggi e manifesti esibiti ai vari rally di Trump. Le teorie del complotto fanno presa sull’ignoranza e pertanto tra molti simpatizzanti di Donald Trump, ormai noto quale assiduo bugiardo e prova vivente dell’amara realtà espressa dall’aforisma attribuito a Joseph Goebbels che dice: “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”.

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