USA Civil War II/9

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Nota della Redazione:

Cari lettori, presentiamo, a puntate giornaliere, un’operazione audace e temeraria, quella di Alessandro Boggian (già presidente dei Verdi ticinesi), un racconto di fantapolitica che ha i giorni contati. Boggian infatti si cimenta e si lancia, spericolato narratore, nella cronaca delle elezioni americane, che avranno luogo a novembre di quest’anno. Un racconto che GAS accoglie di buon grado anche perché in grado di evocare fantasmi che dormono da decenni nelle anime delle forze progressiste mondiali.

Una cronaca che seppur nell’ambito della fantapolitica, mantiene saldo un fil rouge realistico un racconto che, nella sua agghiacciante plausibilità, fa venire i brividi e ci fa sperare che i fatti, stavolta, non sfoceranno nella fantasia come purtroppo spesso accade. Un’avvincente lettura che tiene davvero col fiato sospeso, un regalo estivo avvelenato, per tenere sveglie i nostri lettori e ricordare loro che anche nella requie agostinea, il male continua a serpeggiare infido e pernicioso nel sottosuolo della politica internazionale.

Buon divertimento.

2021 – Cronaca dell’inizio della Seconda Guerra Civile Americana (segue dalla precedente puntata: USA Civil War II/8)

Lunedì 14 dicembre

Entro l’8 dicembre i risultati elettorali di tutti i 50 Stati più il distretto della capitale Washington, avrebbero dovuto essere certificati. Avvocati democratici e repubblicani si erano ritrovati davanti giudici per trovare una soluzione alle varie istanze che hanno bloccato i risultati nei vari Stati, ma si arriva al fatidico lunedì 14 con un nulla di fatto. I repubblicani si dichiaravano disposti a ritirare le istanze riguardanti le schede inviate per posta nel Colorado, Arizona e nel New Hampshire in cambio dei risultati dell’istanza riguardante la North Carolina e Ohio ancora bloccati. I democratici hanno risposto nisba, i voti degli elettori non sono merce di scambio e tutti i dati sequestrati vanno immediatamente rilasciati e resi pubblici, dopodiché si potrà discutere sull’eventuale ritiro delle istanze. In gioco non c’è soltanto l’elezione del presidente, ma anche la maggioranza in Senato. Ciò è il caso dell’Arizona, Colorado, Maine, Michigan e North Carolina, dove i candidati al Senato democratici potrebbero risultare vincitori e di conseguenza i repubblicani perderebbero l’attuale maggioranza. Infatti, nell’Iowa i democratici guadagnano un seggio con Theresa Greenfield, mentre manterrebbero il loro seggio nel Michigan. Tenendo conto della perdita del seggio democratico in Alabama, i democratici si assicurerebbero una maggioranza di 51 seggi contro i 49 dei repubblicani. In Alabama, l’ex coach di football americano Tommy Tuberville ha infatti sconfitto l’ex procuratore democratico Doug Jones che aveva vinto nel novembre del 2017, sconfiggendo il presunto pedofilo Roy Moore in un’elezione speciale per sostituire l’ex senatore repubblicano Jeff Sessions, inizialmente titolare del dipartimento di giustizia sotto Trump. 

Gli Stati Uniti non eleggono il loro presidente e vice-presidente direttamente, ma tramite un collegio di elettori a loro volta nominati dai rispettivi partiti secondo il principio che uno Stato vince tutti gli elettori del proprio Stato se un candidato ottiene la semplice maggioranza dei voti in quello Stato. Solo due Stati, Maine e Nebraska, dividono gli elettori secondo la maggioranza dei voti ottenuti in ciascun distretto elettorale anziché l’intero stato. Questo sistema ha alimentato il bi-partitismo tipico degli USA in quanto un terzo candidato forte metterebbe in crisi l’intero sistema dell’elezione del presidente, col rischio che nessuno ottiene il fatidico numero di 270 grandi elettori per essere eletto. Di fatto, il sistema non è funzionale ed è anti-democratico visto che recentemente sia Bush Jr. sia Trump sono stati eletti nonostante non abbiano vinto il voto popolare.

A causa dell’imperante epidemia di Covid-19 che ha già mietuto oltre 200mila vittime, più del totale degli americani morti durante la Prima guerra mondiale, Vietnam e Corea nel corso di più anni, i grandi elettori votano in videocollegamento dalle rispettive residenze, certificando il voto presso le segreterie dei rispettivi Stati. Grazie ad una recente decisione della Corte Suprema, i grandi elettori non possono più votare secondo coscienza, ma sono costretti a votare il candidato assegnato dal partito, questo per evitare situazioni tipo quella accaduta nel 2016 quando ben sette grandi elettori non votarono per i candidati ufficiali e dispersero il loro voto verso singole personalità politiche tra cui la prima indigena, l’ambientalista sioux Faith Spotted Eagle. Mancano i 129 elettori dell’Arizona, Colorado, Maine, Michigan, New Hampshire, New York, North Carolina, Ohio, Pennsylvania e Distretto di Columbia (la capitale Washington). Di questi, almeno 79 sarebbero quasi sicuramente andati a Biden assicurandogli la vittoria. Il risultato finale è invece di 215 voti per Donald Trump e Mike Pence e 194 per Joe Biden e Kamala Harris e pertanto nessuno raggiunge il risultato necessario per essere eletto alla presidenza. Si va verso la cosiddetta elezione contingente del 6 gennaio, quando toccherà al Congresso decidere chi diventerà presidente. A poco più di un mese dall’inaugurazione, fissata nella costituzione al 20 gennaio, gli americani non sanno ancora chi sarà il prossimo presidente.

Martedì, 15 dicembre

I media, per quanto limitati da questioni legali e tecniche, speculano sull’effettivo risultato elettorale dando la vittoria a Biden con 278 voti contro i 234 di Trump, con 26 voti, Arizona e North Carolina, incerti. Inoltre i 29 voti assegnati a Trump in Florida sono ritenuti rubati dal voto fazioso della Corte Suprema. Unici a dissentire le reti di Trump TV (Fox News e OANN) che dichiarano Trump vincitore assegnandogli la vittoria in Pennsylvania come nel 2016. Questi pareri contrastanti non fanno altro che inasprire le divisioni in atto tra gli americani creando un clima da ultrà di stadio, compreso i reciproci atti di violenza. L’escalation degli scontri tra fazioni viene difficilmente placato dalle forze dell’ordine, spesso faziose esse stesse, alimentando ulteriori atti di brutalità che ormai stanno producendo vittime non solo tra i manifestanti, ma anche tra vicini di casa e contro le minoranze etniche. Il procuratore Barr suggerisce ai media di evitare commenti che possano alimentare le fiamme dei disordini, accennando al fatto che potrebbe ordinarne la chiusura.

Nel frattempo, presso la “Mansion” del governatore Gavin Newsom a Sacramento, capitale della California, i CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, di Twitter, Jack Dorsey, e Google, Sundar Pichai assieme a Susan Wojcicki di YouTube, si riuniscono per discutere il ruolo dei social media durante la crisi politica americana. Capiscono l’importanza di Internet durante l’ultima campagna elettorale e il fatto che, davanti alla situazione che è venuta a crearsi, non è più possibile mantenere un atteggiamento neutrale nei confronti delle fazioni politiche. I CEO decidono pertanto, sotto la guida del democratico Newsom e alla presenza del procuratore generale Xavier Becerra, di prendere una posizione risolutiva che indubbiamente creerà un danno enorme alle rispettive aziende e che potrebbe costare a loro il posto. Infatti viene deciso di sospendere gli account di Donald Trump, che ha sempre utilizzato Twitter quale piattaforma di comunicazione, e di chiudere tutti i gruppi e account su Twitter, Facebook e YouTube che accennano alla politica in termini che non siano moderati e veritieri. Verrà creata una commissione indipendente di “fact-checkers” anti-bufale, che supervisionerà i contenuti e prenderà le necessarie decisioni. Becerra assicura che, trattandosi di corporations private, è nel loro diritto censurare i contenuti delle loro piattaforme, senza infrangere la costituzione in merito alla libertà di espressione.

Mercoledì, 16 dicembre

La leader della Camera, la democratica Nancy Pelosi scrive alla Corte Suprema chiedendo lumi sul fatto che mancano i risultati congressuali di nove Stati, di cui due a maggioranza repubblicani: Ohio e North Carolina, e che pertanto mancherebbe la maggioranza necessaria di 26 Stati per eleggere il presidente. La costituzione prevede che tocca alla Camera eleggere il presidente sulla base della maggioranza partitica dei rappresentanti di ogni Stato. Paradossalmente il Wyoming che ha un solo rappresentante repubblicano ha un voto quanto la California coi suoi 53 rappresentanti, dei quali 45 democratici. Pertanto basterebbe la maggioranza di 26 voti su 50 stati per decidere chi sarà il nuovo presidente, maggioranza che al momento mancherebbe, visto che i repubblicani hanno al massimo 25 voti contro i 16 dei democratici.

La stessa cosa la fa il leader del Senato il repubblicano Mitch McConnell, che ha il compito di eleggere il vice-presidente. Il Senato però vota per intero e pertanto, in mancanza del risultato di sei senatori il cui risultato non è certificato, voterebbero 94 senatori anziché 100. McConnell chiede alla Corte Suprema se la maggioranza rimane comunque di 51 voti su 100 oppure di 48 su 94 per decidere chi sarà il prossimo vice-presidente americano. La questione è decisiva in quanto in mancanza dell’elezione di un presidente da parte della Camera, il vice-presidente eletto dal Senato diventerebbe presidente pro-tempore il 20 gennaio. Sulla base dei risultati sin qui certificati, i democratici hanno 45 senatori, mentre i repubblicani 49. Se la Corte Suprema accetta il fatto che la maggioranza sarà sulla base di 94 voti, verrebbe presumibilmente eletto il repubblicano Mike Pence, il quale presterebbe il giuramento quale presidente pro-tempore il prossimo 20 gennaio.

I democratici si rendono conto che la Corte Suprema potrebbe decidere chi sarà il nuovo presidente sulla base di un cavillo legale, ma senza tenere conto del voto di sette stati su nove a maggioranza democratica. Ormai è più che apparente il piano diabolico del procuratore generale Bill Barr che ha bloccato la certificazione di stati chiave a prevalenza democratica e se non fosse per i casi di Ohio e North Carolina, Trump verrebbe eletto già il 6 gennaio. Sorge il sospetto che sia stato Biden a vincere nell’Ohio e che nel North Carolina, oltre alla vittoria di Biden, abbia vinto anche il candidato democratico al Senato, ed è per questo che i risultati non sono stati certificati anche in stati solitamente repubblicani.

(continua..)

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