Zona rossa o non zona rossa?

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Mentre in Europa e nel mondo ogni Stato decide dove, cosa e chi è zona rossa e chi no, perché la pandemia che sembra passata e distante può ripresentarsi anche alla nostra porta e bussare molesta quando meno ce lo aspettiamo, c’è un forse piccolo e marginale episodio lombardo, a suo modo esemplare, sul quale mi preme tornare. Pochi giorni fa “L’eco di Bergamo” pubblicava sul suo sito il verbale della riunione del 3 marzo in cui il Comitato Tecnico Scientifico proponeva al Governo italiano di adottare le misure restrittive in alcune zone della Val Seriana (in provincia di Bergamo), epicentro della diffusione del virus in Lombardia “al fine di imitarne la diffusione nelle zone attigue”.

Il Covid in quel territorio fu scoperto in uno dei luoghi peggiori in cui si può scoprire che s’annidi: il Pronto soccorso dell’ospedale di Alzano Lombardo. Già il 23 febbraio (dieci giorni prima) di quella data l’ospedale era stato chiuso, ma solo per tre ore e per una parziale sanificazione. Era poi stato subito riaperto dalla Regione Lombardia. Di fatto, i primi morti di quei giorni, erano tutti passati dal Pronto soccorso, dal 23 febbraio al 3 marzo. Eppure, quando finalmente si realizza che quell’area è un cluster importante per la diffusione del contagio, cosa si decide? Nulla. La Regione non fa nulla, cosi come il Governo.

Il 3 marzo, però, anche i tecnici chiedono al Governo in modo chiaro e netto di chiudere quelle aree. Devono diventare zona rossa. Si tergiverserà sino all’8 marzo. Concretamente si trattava di approntare un provvedimento come quello adottato a Codogno e negli 11 comuni attigui: blocchi stradali, divieto di uscita, chiusura di ogni contatto con l’esterno, eccetera. Una misura che avrebbe frenato il contagio e evitato centinaia di morti. Giusto per capirci, una ricerca dell’Università di Berna dice chiaro e netto che se il lockdown in Svizzera fosse stato posticipato di una settimana, avrebbe portato a 6’000 morti in più di quelli registrati nella Confederazione.

Ma torniamo in provincia di Bergamo. Se da una parte i tecnici chiedevano al Governo di intervenire, cosa che non fece, dall’altra la Regione aveva da dieci giorni tutti i dati concreti e i poteri di legge per intervenire e isolare la zona sensibile. Nemmeno la Lombardia mosse un dito. Tutto questo è noto da settimane, così come la certezza che questa inerzia farà sì che le aree di Alzano Lombardo e di Nembro saranno tra le più falcidiate dal virus. Mentre ci si rimbalzava le responsabilità, il virus a mani basse faceva piazza pulita di un’intera generazione di anziani.

Perché a Codogno si intervenne prontamente ed ad Alzano Lombardo e Nembro (dove la situazione era ben peggiore che a Codogno) non si fece nulla? La risposta è semplice e criminale come l’agire di Trump o di un Bolsonaro. La zona bergamasca è tra le più industrializzate d’Italia e perché Confindustria (l’associazione degli imprenditori italiani) si dichiarò fin da subito assolutamente contraria a chiudere le attività economiche, esercitando tutte le pressioni del caso.

Entrambi, Governo e Regione, avrebbero potuto agire anche autonomamente uno dall’altro ma, ovviamente, non lo fece nessuno per non trovarsi a dover fare i conti con chi non avrebbe gradito la misura restrittiva, cioè quelle lobby economiche che probabilmente hanno più peso e più voce in capitolo perfino della politica. Una stortura che ben conosciamo, il frutto avvelenato di un certo tardo-capitalismo che se ne frega di ciò che non è profitto. Anche a costo di qualche morto in più.

La magistratura italiana accerterà le responsabilità penali, ma intanto la sudditanza del potere politico a quello economico e finanziario, a Milano come a Roma così come ovunque, è un amaro e incontrovertibile dato di fatto.

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