200’000 morti non son pochi

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È passato quasi in sordina, il sorpasso Statunitense dei 200’000 morti. Una cifra imponente, destinata a crescere con l’autunno e le temperature meno miti, che imporranno alla gente di tornare al chiuso.

Ricordiamo che attualmente gli USA, grazie anche alla tardiva e disastrosa gestione del virus, soprattutto da parte dell’amministrazione Trump, sono il Paese al mondo che ha patito più decessi. Al momento in cui scriviamo, i morti sono 204’000.

Ricordiamo che Donald Trump, in una dichiarazione di mesi fa, disse che sarebbe stato contento se i morti si fossero limitati tra i 100 e i 200mila.

Molte cose sono cambiate e per assurdo, negli uSA, il problema maggiore non sembra più essere il virus, surclassato da problemi ben più grossi e congeniti, che stanno esacerbando gli animi come non era mai successo. Una certezza c’è ed è plateale e non confutabile, Donald Trump è in assoluto il presidente più divisivo che hanno avuto gli Stati Uniti nell’ultimo secolo o giù di lì.

Anche presidenti molto criticati dalla sinistra, come Ronald Regan, ad esempio, non hanno spaccato gli States in due fazioni che più di una volta negli ultimi mesi sono già arrivate allo scontro fisico.

Da una parte le minoranze etniche, i liberal e quella parte di America ritenuta di seconda categoria, dall’altra i repubblicani con gli oltranzisti religiosi e i suprematisti bianchi, oltre a quel substrato di manodopera bianca industriale che negli ultimi anni ha visto sparire non solo i propri posti di lavoro, ma le certezze del proprio mondo e della loro, in qualche modo, supremazia.

La lotta degli USA, al saldo dei 200’000 morti di covid, è una lotta trasversale, che è anche interclassista. Infatti, buona parte del bacino di voti dell’attuale presidente è composto da agricoltori del Midwest o da operai delle industrie automobilistiche o carbonifere.

Dall’altra, come dicevamo, minoranze etniche afroamericane e ispaniche, esasperate da secoli di sudditanza fisica e psicologica, che sembrano aver trovato in Trump, per assurdo, la leva del loro riscatto. Quello statunitense è un problema prima di tutto culturale, che si trascina dietro stereotipi (spesso razzisti e suprematisti) quando dovrebbe accettare finalmente e senza riserve la sua multietnicità, che esiste ed è ancora ben presente. Trump in fondo ha solo esacerbato tensioni già esistenti, mettendole a nudo e chiedendo all’America di fare i conti con se stessa. Peccato che non sia questo il suo scolpo, quanto applicare il “divide et impera” di filippica memoria.

Manca poco più di un mese alle elezioni, vedremo se questi 200’000 morti e oltre, peseranno sulla votazione, ma ne dubitiamo seriamente.

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