Abele Bikila, ottavo re di Roma

Di

Esattamente sessant’anni fa, il 10 settembre del 1960, io non avevo ancora compiuto un anno e alle Olimpiadi di Roma uno sconosciuto atleta etiope si presentò sulla linea di partenza della maratona. Era li per vincere e vincerà. Con lui, quel giorno nasce la leggenda del corridore scalzo.

Quando ero piccino mio padre mi raccontava un sacco di storie, aneddoti ed esperienze di vita: mi raccontava di quando lui era bambino, lui che era nato nel 1923, l’anno dopo la salita al potere del fascismo in Italia. Mi raccontava di quando la retorica di Mussolini infarciva ogni aspetto della vita, dei diritti negati, della guerra, della renitenza alla leva, del 25 aprile e della liberazione.

I suoi occhi di un colore azzurro profondo si accendevano, si infervoravano, quando provavano a raccontare e a spiegare a noi bambini della ricostruzione di un Paese che ripartiva da zero dopo la distruzione del conflitto mondiale. Un colore speciale i suoi occhi lo riservavano quando parlava di Coppi e Bartali, delle loro imprese compiute in sella alla bicicletta sulle strade di un’Italia che si andava a rifondare, che provava a risorgere e, perché no, a divertirsi dopo il grandi lutti portati dal fascismo e dalla guerra.

Di Coppi e Bartali si è parlato molto, allora lo sport nazionale non era solo tirare calci al pallone, e la rivalità tra i due campioni si consumava non solo sulle strade della Milano-San Remo e del Giro d’Italia, ma divideva in due il Paese. Le loro presunte differenze politiche, da una parte Gino Bartali, il toscanaccio legato alla tradizione tutto casa e chiesa, dall’altra la figura esile di Fausto Coppi, piemontese, più aperto alle novità e che dava scandalo frequentando (parliamo degli anni ’50 del secolo scorso) donne già sposate e senza sposarsi a sua volta infervoravano gli italiani.

Mio padre ci raccontava delle gesta da epopea di Coppi, di quella volta che al Giro d’Italia del 1949 quando il “Campionissimo” è arrivato al traguardo dopo aver scalato in “fuga” da solo l’Izoard, il Monginevro, il Sestriere staccando di quasi 12 minuti il secondo che, manco a dirlo, era Bartali. Mio papà ci narrava anche di quella volta là che un abissino alto e magro ha corso per le strade di Roma a piedi nudi e ha vinto le Olimpiadi.

Quel 10 settembre lì cadeva di sabato, un tiepido giorno di fine estate a Roma e Abele Bikila, un outsider, ripescato nella squadra nazionale dell’Etiopia a seguito dell’infortunio di un titolare, arrivò primo alla gara conclusiva dei XVII Giochi Olimpici e, si sa, vincere la maratona è un po’ come vincere le Olimpiadi. Abele era nato da una povera famiglia di pastori, da bambino correva sulle montagne etiopi per cercare pascoli per il suo gregge, il 7 luglio 1932 proprio il giorno, altro segno del destino, in cui si correva la maratona dei Giochi olimpici di Los Angeles.

A 17 anni per sostenere la famiglia si arruolò come soldato della guardia imperiale del negus Hailé Selassié, il sovrano etiope che ebbe a dire dei suoi atleti “Come faranno a vincere, sono così magri”. Bikila a Roma corre scalzo come negli allenamenti che effettuava al suo paese sulle rive del lago Debre Zeyet. Così ha deciso di fare poco prima della gara anche perché negli allenamenti per le strade di Roma ha sofferto le pene dell’inferno con le scarpe fornite da Adidas, sponsor tecnico dei Giochi. Si racconta che gli venne consegnato un paio di scarpe più piccole del necessario essendo terminati gli altri numeri.

Corro scalzo per sentire meglio cosa mi sussurra la strada“, spiegherà dopo la vittoria quando gli avversari guarderanno increduli i suoi piedi corazzati, in grado di affrontare senza problemi la terra battuta dell’Etiopia rurale come l’asfalto bollente del Grande Raccordo Anulare, le pietre spigolose delle vie Consolari ed i sampietrini dell’Arco di Costantino. Racconterà poi Abele anche della sua sfida con un invisibile maratoneta marocchino.“Corri all’ombra del marocchino e non uscire fino all’obelisco”. Così gli suggerisce il suo allenatore, lo svedese Onni Niskonen, assoldato dal negus per allenare i suoi corridori.

La partenza è prevista sotto la scalinata del Campidoglio alle 17.30 con la luce del crepuscolo. I 42 chilometri e 195 metri della maratona che si snodano lungo la Cristoforo Colombo, il Grande Raccordo Anulare e la Via Appia, vengono subito definiti un percorso mitologico per tutti i luoghi carichi di storia che attraverseranno e per la nuova immagine che la “Caput mundi” darà a 15 anni dalla fine delle distruzione delle guerra e all’inizio del boom economico.

“Corri all’ombra del marocchino e non uscire fino all’obelisco”

Sono sessantanove gli atleti in attesa dello start e provengono da 35 nazioni; candidati alla vittoria sono il russo Popov, il neozelandese Magee, il francese Mimoun, lo slavo Mihalic, ed il marocchino Rhadi Ben Abdesselem. Dopo pochi chilometri una prima selezione porta al comando il belga Van den Driessche, l’inglese Keily, Abdesselem e Bikila.

Il quartetto tiene la testa della corsa fino al Raccordo Anulare, circa 20 km dalla partenza, dove la maratona inverte la marcia per tornare verso la città, in quel frangente i due africani accelerano e si staccano facendo gara per conto loro; inutile il tentativo di rimonta degli altri due.

Corri all’ombra del marocchino e non uscire fino all’obelisco”, il marocchino che porterà il pettorale numero 26. Non si sa per quale motivo ma il marocchino Rhadi non ritirò il pettorale con il numero 26 ma quello con il 185. Durante l’intera gara Abele si girava a controllare il pettorale di ogni atleta superato alla ricerca del numero 26. Quando, dopo il Grande Raccordo Anulare, alla testa della corsa erano rimasti solo l’etiope ed il marocchino, Abele continuerà a voltarsi in cerca del famigerato 26.

Acsi lancia il concorso "A piedi nudi": gli studenti interpretano la figura di Abebe Bikila

Corri all’ombra del marocchino e non uscire fino all’obelisco”.

La sera ormai incombe, le ombre si allungano ed i due africani corrono veloci alla luce tremula delle fiaccole lungo l’Appia Antica (bellissima l’inquadratura in un filmato d’epoca). A Porta San Sebastiano il marocchino tenta un allungo ma non c’è storia, questa è la maratona di Abele Bikila. Abele innesta l’irresistibile accelerazione finale che porterà il primo africano a conquistare una medaglia olimpica. E siamo proprio sotto l’obelisco di Axum, quell’alta e stretta piramide di marmo che l’esercito di Mussolini e dei Savoia aveva trafugato nel 1937 dall’Etiopia durante la guerra d’invasione dichiarata dall’Italia violando lo Statuto della Società delle Nazioni (l’attuale ONU) di cui entrambi i paesi facevano parte.

È probabile che nella mente di Abele e forse perfino nei sui occhi scorressero le immagini dei crimini che l’esercito italiano compì nel suo paese: le bombe all’iprite sui villaggi, i massacri di partigiani e civili, le violenze su donne e bambini. Forse nelle sue orecchie scorreva anche il discorso che il Negus fece a Ginevra alla Società delle Nazioni nel 1935 in cui denunciava gli efferati crimini contro la popolazione dell’Etiopia.

È come se in quel frangente la corsa di Abele trasudasse tutto lo spirito di rivalsa di un intero popolo contro quel colonialismo che, seppur definito straccione, ha massacrato la sua gente. Pregustando una seppur improbabile vittoria il negus Hailé Selassié gli aveva detto: “Vincere a Roma sarà come vincere mille volte”, come una rivalsa completa proprio nella capitale degli oppressori di pochi anni prima.

La corsa di Abele, raccontano gli esperti, era “fluida ed elegante, un gesto atletico apparentemente senza sforzo, delicato ma allo stesso tempo incredibilmente forte”. Ed è proprio con una corsa irresistibile che un uomo dalla pelle nera, i pantaloncini rossi e una troppo corta canottiera verde taglierà a braccia aperte il traguardo. Abele stabilirà il nuovo primato mondiale correndo i 42 chilometri in 2 ore, 15 minuti e 16 secondi (il marocchino arriverà dopo di lui con, ironia della sorte, circa 26 secondi di distacco). Sarà da quel momento che prenderà avvio l’interminabile stagione di supremazia dei corridori neri, soprattutto kenioti ed etiopi, nella corsa.


Un po’ come Filippide nel 490 a.c. che corse da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria contro i persiani, nel 1960 Abele annunciò l’avvio dell’indipendenza del continente africano dal giogo colonialista. Poi si sa, è sotto gli occhi di tutti, purtroppo le cose per l’Africa non sono andate sempre bene, anzi, è stata ancora una volta la dimostrazione di come le regole e l’ingordigia del capitalismo sono devastanti e non cambiano in base al colore della pelle o del padrone di turno, ma questa è un’altra storia.

Il mito di Abele continuò: quattro anni dopo è oro e record mondiale anche alle Olimpiadi di Tokyo con 2 ore 12 minuti 11 secondi mentre si ritirerà per infortunio a quelle di Città del Messico del 1968. Un incidente automobilistico lo priverà dell’uso delle gambe e Bikila in carrozzina si darà al tiro con l’arco, partecipando ai Giochi paraolimpici di Heidelberg, nel 1972. L’anno successivo morì per un’emorragia cerebrale, a soli 41 anni ma ancora oggi molti atleti continuano ad ispirarsi ad Abele.

Nel 2007 Haile Gebrselassie, etiope, mezzofondista e maratoneta tra i più forti di sempre, dichiarerà alla rivista “Time”: “Prima di Abebe Bikila non c’erano corridori in Africa. Dopo la sua vittoria alle Olimpiadi di Roma del 1960, noi africani abbiamo cominciato a pensare: guarda, lui è uno di noi. Se lo ha fatto, allora anche noi possiamo farcela”.

Ed è sempre nel nome di Abele che nel 2010, proprio nel cinquantesimo di quell’impresa olimpica, un suo connazionale ha corso la Maratona di Roma. A trecento metri dal traguardo, quando la strada fiancheggia il Colosseo dove stava l’Obelisco di Axum (la scultura è stata restituita all’Etiopia nel 2005), Siraj Gena si è inginocchiato, ha tolto le scarpe e si è avvolto in una bandiera etiope, andando scalzo a vincere la medaglia d’oro tagliando il traguardo in 2 ore 8 minuti e 39 secondi.

Se avete tempo guardate i filmati d’epoca, sono davvero commoventi:

Molto bello ed avvincente il libro di Silvian Coher, “Vincere a Roma, l’indimenticabile impresa di Abele Bikila”, edito quest’anno da “66th and 2nd”, che racconta passo passo l’incedere della gara.

Da non perdere anche il film biografico del 2015 con la regia di Rasselas Lakew e Davey Frankel: “L’atleta – Abele Bikila”.

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

SOSTIENI GAS NO,GRAZIE!