Alien

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Era il 1979. Non c’erano ancora gli effetti speciali a cui oggi siamo assuefatti come eroinomani all’ultimo stadio. “Alien” usciva nelle sale, cambiando completamente la percezione del terrore e della dimensione aliena nella storia del cinema.

La fusione alchemica tra Ridley Scott alla regia, il grigionese Hans Rudy Giger che creò l’universo alieno e Sigourney Weaver come protagonista, trasformò letteralmente il piombo in oro.

A volte capitano intrecci inimitabili e irriproducibili. Alien poteva nascere con quelle persone e in quel momento. Le cupe angosciose e crepuscolari visioni di Giger diedero vita ad un mostro alieno che cambiò tutti i paradigmi dei personaggi di genere a venire. Da Alien via, nessuno ha più avuto il coraggio o è riuscito a riprodurre l’angoscia del diverso siderale, dello spazio gelido, delle strutture biologiche insettoidi e biomeccaniche che sono state imitate poi innumerevoli volte. Lo sceneggiatore del film, Dan O’Bannon disse di lui:

«I suoi dipinti ebbero un profondo effetto su di me. Non avevo mai visto nulla che fosse così orribile e meraviglioso allo stesso tempo. E così decisi di scrivere un copione su uno dei mostri di Giger»

Ridley Scott, con mano delicata ma ferma, ricreò immagini che travalicarono il tempo, sopperendo alla mancanza di programmi di computer con una sapienza nell’usare la luce che solo Rembrandt aveva avuto in passato. I chiaroscuri, le pause, i silenzi di agonia, portano ancora oggi, a 40 anni di distanza a ritenere Alien uno dei migliori film di genere mai girati. E lo dimostra la sua tenuta nel tempo, che lo rende attualissimo ancora oggi.

La magistrale e sofferta partecipazione della Weaver, quasi un’ordalia, proietta l’attrice teatrale che era stata prevalentemente prima di Alien, nell’olimpo sia della fantascienza che dell’horror. Il cinema intero deve un tributo al personaggio di Ripley, forse uno dei primi a portare una “donna guerriera” al pari degli uomini, e oltretutto protagonista indiscussa, in una pellicola.

E lui? Lo xenomorfo? Un mostro, un “diverso” letale. Una creatura con acido al posto del sangue, una coda munita di rostro affilato, zanne acuminate e una lingua retrattile anch’essa munita di denti, forza sovrumana, capacità di arrampicarsi ovunque, resiste al calore e al gelo dello spazio. Fredda come uno squalo e inconsapevolmente feroce come un virus . Di fronte a lui non c’è remissione né pietà, e gli uomini si offrono inebetiti al sacrificio rituale che non dà scampo. La biologia aliena, col suo ciclo di incubazione nelle viscere delle vittime, crea ulteriore sgomento in chi guarda per la prima volta il film.

Il manifesto con l’uovo alieno pronto a schiudersi soffuso di luce verdastra e la scritta graficamente spartana e spaziata, sono anch’essi rimasti nell’iconografia generale che circonda questa leggenda del cinema, dando un’idea di gelo e distanza. Insomma, difficilmente si riesce a trovare qualcosa di sbagliato in un film che con le sue atmosfere lente e sospese, coi suoi torbidi anfratti oscuri e con le zanne metalliche dello xenomorfo, ha terrorizzato i sonni di generazioni.

Del film, cosa rara, sono pregevoli anche i sequel (fino al 3 però, tra sequel e prequel si arriva a 8), dove le vicissitudini di Ripley, vivono un continuo susseguirsi di rigurgiti angosciosi e laceranti turbe psichiche. Altri seguiti o prequel risultano ridicoli, come “Alien vs Predator 2” oppure eccessivamente macchinosi come “Alien Covenant”. Non racconterò la trama del film, la trovate su Wikipedia se ancora non la conoscete. Una pellicola ideale da riguardarsi in una calda serata estiva, dove fuori tutto sembra normale tra il frinire dei grilli e il fruscio delle auto in lontananza. Ma quello che ci insegna Alien è che il buio non è normale, nasconde cose, occulta ombre.

Il buio dietro la vostra schiena finisce, prima o poi, per vedere luccicare un filo di bava e il riflesso di un cranio glabro.

E allora è troppo tardi e vi accorgerete che “…nello spazio nessuno può sentirvi urlare”.

Alien, di Ridley Scott, 1979

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