Arabi e Israele a spartirsi il potere

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Martedi scorso, sul palcoscenico allestito alla Casa Bianca con la regia di Trump, tronfio padrone di casa, è stato firmato l’ “Accordo di Abramo”, patto che sancisce relazioni diplomatiche tra Israele, Emirati Arabi Uniti (EAU) e Bahrein, e l’abbandono, da parte di Netanyahu, del progetto di annessione dei territori palestinesi.

L’atto ufficiale è stato sottoscritto nella South Lown, già teatro della firma degli accordi di Oslo del 13 settembre 1993, durante il quale Arafat e Rabin si strinsero la mano. Con quella firma sembrava fosse iniziata un’era di pace per il Medio Oriente, che finalmente si potesse realizzare il sogno di uno Stato libero palestinese e che ponesse fine all’occupazione militare dei suoi territori da parte dello Stato ebraico.

Dopo 27 anni, con la firma del 15 settembre 2020, si è seppellito definitivamente il sogno dell’Autorità Nazionale Palestinese di governare la Cisgiordania e la striscia di Gaza. Autorità riconosciuta dalle organizzazioni internazionali e dall’ONU ma, a tutt’oggi, prigioniera nella propria terra.

Gli Emirati e il Bahrein sono il terzo e quarto Stato arabo a normalizzare i rapporti con Israele, dopo l’Egitto (primo Paese arabo a firmare un accordo di pace e a riconoscere lo Stato israeliano nel 1979, a seguito degli accordi di Camp David) e la Giordania nel 1994.

L’ “Accordo di Abramo”, che Trump dice essere “l’alba di un nuovo Medio Oriente”, è stato fatto senza la partecipazione dei palestinesi, come se fossero un tassello irrilevante nel mosaico che si sta delineando e i loro diritti non contemplati.

Alla firma dell’accordo il Ministro degli esteri degli Emirati, Abdullah Bin Zayed Al Nahyan, ha vergognosamente proclamato “gli accordi ci permetteranno di stare al fianco del popolo palestinese e di aiutarli nel loro sogno di uno Stato indipendente”, poi, rivolgendosi a Netanyahu, premier israeliano fortemente contestato in patria per l’emergenza Covid-19 e per l’accusa di corruzione in corso, aggiunge “grazie per aver deciso di mettere fine all’annessione dei territori palestinesi”.

Netanyahu a sua volta ha parlato di “svolta storica” dicendo che “la pace si espanderà includendo altri Stati arabi” ma non è mai entrato in merito al tema degli insediamenti e all’abbandono del suo progetto di annessione.

Il Bahrein, stato insulare collegato all’Arabia Saudita da un ponte, non avrebbe mai fatto tale passo senza la tacita approvazione del rampollo della casa reale Bin Salman il quale, spinto da Washington, a sua volta ha stretto rapporti con Israele dietro le quinte; infatti Riad ha aperto il suo spazio aereo all’israeliana El Al, permettendole di volare verso gli Emirati e il Bahrein.

La diplomazia mediorientale sta tessendo un asse regionale comprendente la tecnologia israeliana e il potere finanziario di Abu Dhabi; l’alleanza israelo-sunnita dovrebbe da un lato colmare il vuoto che verrà lasciato dagli USA, decisi a ridurre drasticamente la loro presenza in Medio Oriente e, dall’altro lato, creare un blocco anti-Iran e anti-Turchia, rafforzando gli autoritarismi nel nome della repressione dell’Islam politico.

Tuttavia, se il contenimento della Repubblica Islamica dell’Iran è l’obiettivo principale di Israele, per gli Emirati è di primaria importanza il rafforzamento dell’asse anti-turco e anti Fratellanza Mussulmana.

Le nazioni arabe, salvo rare eccezioni come il Kuwait e l’Algeria, sembrano guardare all’ “Accordo di Abramo” soprattutto per una redistribuzione di potere e di alleanze nella regione mediorientale.

Sullo sfondo e dietro le quinte restano i palestinesi con nessuna voce in capitolo; per loro diventa prioritario dotarsi di una leadership di maggiore peso e coesione interna, capace di ritagliarsi un ruolo importante e cercare di ottenere benefici all’interno della diplomazia internazionale.

E’ un dato di fatto che l’Autorità Nazionale Palestinese non sia riuscita a garantire democrazia e sovranità al suo popolo. Una nuova generazione di leaders dovrebbe garantire il rispetto delle risoluzioni accordate dalle comunità internazionale, ridisegnare il loro futuro e tracciare la strada verso la giustizia e la libertà. Compito arduo e pieno di insidie. Ne saranno capaci?

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