Dadò e la ghigliottina

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Adesso è un po’ ora di piantarla però. Insinuare che delle persone in parlamento siano “pro-pedofili” perché non votano provvedimenti inutili o che si rivelerebbero tortuosi per la legge non solo è ingiusto, ma è un modo torbido e inutile di solleticare pulsioni di odio.

La legge è legge, e lì non ci piove. La famosa commissione parlamentare d’inchiesta proposta per indagare ulteriormente (da parte del parlamento) su eventuali responsabilità dei capi del funzionario accusato (e condannato) per coazione sessuale nei confronti di una stagista, è stata bocciata dal parlamento. Apriti o cielo, fulmini e saette, soprattutto dal presidente PPD, che si scaglia contro i “traditori” e soprattutto contro la liberare Natalia Ferrara, il cui intervento ha probabilmente fatto spostare l’ago della bilancia nei confronti del no. A fargli eco, col suo fare sciacallesco, il solito Tuto Rossi, che non perde occasione per dare addosso agli odiati rossi, buttandosi e rotolandosi nel fango di questa lordura mediatica come un cinghialetto.


Chi ha votato per non istituire la commissione è un mostro? Non diciamo fesserie. Decine di deputati, di donne, di madri e padri, non possono ovviamente essere favorevoli a certe pratiche e non hanno nessun interesse a “proteggere” funzionari che secondo la vox populi sarebbero una specie di novelli Landru con santi in paradiso a proteggerli.

Anche perché se il PS, in via teorica, è il partito del funzionario, così non si può dire di PLR o Verdi.

Anzi, PLR e socialisti sono spesso sulle barricate l’uni contro l’altro, per cui difficile ipotizzare un asse del male che coinvolga entrambi i partiti.


E nonostante le nostre idee siano spesso all’antitesi di quelle di Natalia Ferrara, alla quale riconosciamo però il coraggio e la coerenza politiche, ci sentiamo in dovere di sostenerle.

Ragionare di pancia a volte è bello e liberatorio, ma poi ci porta urlanti davanti alla ghigliottina sporchi di schizzi di sangue con in mano un forcone e nell’altra la fiaccola. Lo dimostrano alcuni commenti scaturiti dopo l’infelice uscita di Fiorenzo Dadò, che accusava di ogni turpitudine i deputati che avevano affossato la proposta di istituire una commissione parlamentare. Commenti che auguravano addirittura alle donne liberali di subire loro stesse delle molestie.

Ma leggiamo dall’intervento di Ferrara, che ricordiamo ex procuratrice, le motivazioni del no:


“Qui non si tratta di determinare se l’imputato sia o meno colpevole. Una sentenza di condanna c’è già (anche se, va detto, non è ancora cresciuta in giudicato, essendo stato interposto appello da parte sia dell’accusa, sia della difesa). No, si tratta, secondo chi promuove l’istituzione di questa CPI, di determinare eventuali responsabilità di terzi. Quali responsabilità? Penali? Amministrative? A distanza di 15-20 anni? E con quali competenze? E responsabili di che cosa, per rapporto, appunto, a che procedure? Un processo, come detto, c’è già stato, anzi, due. Prima un’istruttoria condotta dal Ministero pubblico, basata su notizie di reato, fatti, su indagini e sfociata in un rinvio a giudizio. Poi infine il dibattimento, pubblico e davanti ad una Corte, sfociato nella sentenza di primo grado. Poi un processo non penale ma pubblico, perché, come purtroppo sempre più spesso accade da o in un processo nasce un “caso”, e il “caso” vuole imporre le sue regole. In questa circostanza lo fa partire il commento orale del Presidente della Corte delle Assise Criminali, che ha espresso tristezza, dispiacere e proferito scuse a nome dello Stato, lasciando intendere che alle segnalazioni di due giovani donne, nel 2005, non sarebbe stato dato seguito in maniera attenta e adeguata”.

È così che un secondo funzionario, pur non essendo mai stato imputato di alcunché, allora capo ufficio del condannato, è stato giudicato, pubblicamente e malamente, come colui che avrebbe taciuto e non sostenuto le vittime nel percorso di denuncia. Preciso che a tutt’oggi non vi è alcun procedimento a carico di questo pensionato, allora capo ufficio e che nemmeno vi sono riscontri oggettivi di una sua colpevole omissione 15 anni or sono. Ma, appunto, un “caso” ha bisogno soprattutto di clamore. Nessuno sa cosa sia successo, 15 anni orsono, ma ognuno è convinto di saperlo con certezza o di avere titolo per scoprirlo. Con tutto il rispetto per le colleghe e colleghi che andrebbero a far parte della CPI in questione, davvero credete di essere in grado di tutelare eventuali vittime? Di saper sentire persone informate sui fatti con l’accortezza del caso? Di riuscire a gestire tutte le delicatezze, anche comunicative, legate ai reati relativi alla sfera sessuale?”.

Ecco qua. Quelli sollevati da Ferrara sono punti fondamentali. I processi con i forconi si fanno durante le rivoluzioni. Nel nostro Stato c’è la magistratura, che peraltro ha già fatto il suo corso, condannando la persona a 120 aliquote di 60.- fr sospese condizionalmente. In questo caso una commissione parlamentare, si sarebbe sovrapposta alla magistratura, come a dire “spostatevi, che il lavoro lo facciamo noi visto che non siete capaci”. Se Dadò e chi voleva la commissione erano preoccupati per il fatto che atti del genere non si ripetessero, potevano fare delle proposte in parlamento, magari meno “mediatiche” ma maggiormente efficaci. Ad esempio la creazione di un ufficio preposto a denunce di molestie e stalking, miglioramento dei rapporti coi sindacati, creazione di una task force per aiutare le vittime.

L’assurdo è che non ci si rende conto come sia difficile indagare su fatti vecchi di quindici o vent’anni e come è anche difficile capire, per la gente, che la prescrizione non è una scusa per non lavorare, ma un modo per evitare processi inutili, penosi e che non cavano un ragno dal buco. I molestatori vanno ovviamente perseguiti, ma per questo esistono già le leggi. Leggi che chiedono, come in uno stato di diritto, una sana e decisa separazione tra potere politico e giudiziario. Non è che per ogni sentenza che non ci va bene possiamo istituire una commissione parlamentare, che non ha peraltro a sua disposizione maggiori mezzi della procura. Anzi, che sia piuttosto Gobbi a potenziare quella magistratura che ha dimostrato tutti i suoi limiti poco tempo fa.

Le leggi non ci vanno bene? Allora cambiamole, la democrazia diretta ce lo permette. Lo permette a noi e a Dadò, che dispiace vedere imbizzarrito come un bambino a cui abbiano sottratto i lecca lecca, aizzare il popolo nel peggior stile leghista. Lasciamo comunque a Natalia Ferrara la conclusione di questa filippica, che deve ricordare a tutti noi cos’è lo Stato e cos’è la magistratura, sennò rimane davvero solo il regno del terrore.

“Da parte mia, da quando sono uscita dal Ministero pubblico, ho scelto non solo la separazione di carriera – e tuttora, dopo 6 anni, mi occupo d’altro – ma, soprattutto, la separazione dei poteri. Separazione dei poteri che non vale solo fra i diversi poteri dello Stato – Esecutivo, Legislativo e Giudiziario – ma anche all’interno dello stesso potere Giudiziario. L’intento è sempre quello di evitare la concentrazione di potere nelle mani di una sola persona o istituzione e di evitare così ogni abuso. Questo, appunto, nelle aule. In processi trasparenti, che sfociano in decisioni motivate. La giustizia – per essere e rimanere tale – deve necessariamente legittimarsi attraverso le regole dello Stato di diritto. Dove contano le prove, non le percezioni, dove ci si basa sulle procedure, non sul sentito dire, non sulle buone intenzioni ma sulle regole. Come spesso si afferma, la giustizia non deve solo essere giusta, deve anche sembrare giusta. (…)”

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