Ebru Timtik, martire per i diritti umani

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Dopo 238 giorni di digiuno Ebru è morta. Si è spenta nella cella di un carcere turco dove, giorno dopo giorno, rifiutandosi di toccare cibo ha rivendicato fino alla fine il sacrosanto diritto ad un processo equo che però non è mai arrivato. Condannata a 13 anni per terrorismo, Ebru Timtik era un’avvocata che si occupava di diritti umani. Una donna tenace che con il suo sciopero della fame non chiedeva altro che un giusto processo per sé e per altre diciassette persone tutte accusate di avere legami con il Fronte rivoluzionario della liberazione popolare, un gruppo di estrema sinistra ritenuto illegale dal governo turco, dagli Stati Uniti, ma anche dall’Unione Europea.

Ebru era arrivata a pesare 30 kg. “È morta da martire”, ha denunciato su Twitter l’associazione di avvocati “People’s Legal Office” di cui la Timtik faceva parte. Il suo gesto di protesta era cominciato a febbraio, un digiuno al quale si era unito anche il collega Aytac Unsal, condannato da un tribunale di Istanbul a più di dieci anni di carcere. I due protestavano per una condanna inflitta loro anche sulla base di alcune testimonianze considerata non attendibile poiché anonime. L’imparzialità e l’indipendenza del sistema giudiziario è stata denunciata da diverse associazioni di avvocati che hanno segnalato pure gravi irregolarità procedurali nel processo a Ebru Timtik e ai suoi colleghi. Ma del resto che il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan agisca infischiandosene della legge pur di mettere a tacere gli oppositori più ostinati non è un mistero per nessuno.

Ebru è la quarta vittima, tra le persone condannate con l’accusa di appartenere al Fronte rivoluzionario della liberazione popolare, morta quest’anno rifiutandosi di toccare cibo in segno di protesta. Helin Bölek, solista del gruppo musicale Grup Yorum, era morta nello stesso modo il 3 aprile. Aveva condotto uno sciopero della fame durato 288 giorni per protestare contro la prigionia di altri membri della band e il divieto di concerti da parte dei Grup Yorum. Il 7 maggio, il bassista dei Grup Yorum Ibrahim Gökçek era morto dopo 323 giorni di digiuno. Ancora prima, era toccata la stessa sorte al prigioniero politico Mustafa Koçak dopo aver resistito 296 giorni.

Un inaudito stillicidio di morti che pesano come macigni sulla coscienza, ma soprattutto sul consenso pubblico del presidente turco che, da più parti, viene sempre più spesso additato come un novello dittatore. Un leader in grado di mantenere il potere e il controllo del paese soltanto grazie al pugno di ferro, piegando la democrazia al suo volere e ai suoi bisogni. Considerando la crisi sociale che il paese sta attraversando, non c’è dubbio che l’islamista Erdogan ha portato la Turchia al fallimento, soprattutto dal punti di vista economico. Eppure, malgrado tutto, una fetta importante della popolazione turca non ha smesso di sostenerlo e c’è da scommettere che Ebru Timtik non sarà l’ultima martire immolatasi per i diritti umani in una Turchia alla mercé del suo presidente.

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