Il burkini non s’ha da mettere

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La differenza tra burqa e burkini è semplice. Burqa è l’allitterazione della parola persiana (parda) che sta per “velo”. È un abito che ricopre completamente la donna come ben sappiamo.

Burkini è un termine inventato, che descrive il costume da bagno intero delle donne musulmane.

A Locarno, Lega e UDC, a cui Giorgio Ghiringhelli ha probabilmente fatto venire il pepe al sedere si sono messi in testa di vietarlo. (leggi qui sotto)


O almeno hanno buttato là la cosa, con la consapevolezza, nonostante la poca dimestichezza con le questioni legali, che impedire un modo di vestire non è possibile, a meno che non violi le normali regole del pudore o crei pericolo agli altri. La storia parte da una mozione di Aron D’Errico, leghista, una vecchia conoscenza di GAS (leggi qui sotto)


D’Errico, nel frattempo ha dimissionato dal CC e dalla Lega, ma il suo lavoro indefesso contro stranieri, kebabbari e Islam prosegue in contumacia. Si invocano valori, consuetudini e altre amenità, scordando che il picco di una civiltà, lo si raggiunge non vietando ma includendo, anche perché il “burkini” è a tutti gli effetti un vestito. Un costume intero che protegge anche la testa, lasciando scoperto il viso, per cui diventa difficile il capire perché bisognerebbe proibirlo, anche qui come per il burqa, è la solita montagna che partorisce un topolino, visto che donne abbigliate in tal guisa, da noi in Ticino sono più rare dell’ibis eremita.

Il rapporto della commissione legislazione di Locarno ha approvato a maggioranza la mozione di D’Errico, nonostante ciò, ammette che “le problematiche giuridiche sollevate dall’atto parlamentare sono assai ardue”.

E certo, perché come dicevamo prima, chi si arroga il diritto di decidere come si deve vestire qualcun altro se non ci sono motivazioni pratiche? E se a me stessero sui marroni i cow boy? Potrei impedire ad un turista di vestirsi come Wild Bill Hickock? O i sikh? Col turbante? Entrambi non rappresentano la mia cultura e potrebbero urtarmi, potrei infatti definire una coercizione religiosa il turbante, ad esempio.

Sono perciò due avvocati e municipali, Salvioni e Cotti, a raffreddare i bollenti spiriti dei mozionanti, leggiamo da La Regione:

“Il Comune di Locarno non può decidere autonomamente di sanzionare l’uso del burkini mediante una disposizione che preveda la contravvenzione nei confronti di coloro che portano in pubblico tale costume, non rappresentando questo indumento neppure un problema di ordine pubblico. Un suo divieto non è inoltre giustificato dai valori costituzionali liberali alla base della Confederazione, né della Repubblica del Cantone Ticino”

Eh già, perché non puoi basare lo Stato sulla libertà di religione e poi impedire a qualcuno di vestirsi come i dettami della stessa imporrebbero. Sarebbe stato come obbligare mia nonna, che in chiesa portava sempre il velo nero sulla testa, a toglierlo.

Cotti va ancora più in là, parlando di norma liberticida:

“tale indumento non ‘intralcia’ l’ordine pubblico, in particolare laddove il volto resta scoperto. Ma, a parte le questioni di natura giuridica, personalmente nutro forti dubbi che una norma di questo genere contribuisca allo sviluppo di una cultura democratica. Il tema della libertà e dignità della donna nell’Islam è certamente un tema meritevole di essere affrontato, ma non è con norme liberticide che lo si risolve”.

E Cotti ha ragione da vendere. Inoltre, un provvedimento del genere andrebbe a colpire proprio le donne, che non potrebbero più andare in piscina o al lido e per cui il “burkini”, per assurdo, è un modo di poter avere libertà e di poter socializzare.

Sarebbe come obbligare i bambini pichiati dai genitori a stare in casa, perché a noi dispiace vederli pieni di lividi

Insomma, alla base della mozione ci sono in realtà solo oscurantismo e islamofobia, non sincera preoccupazione per la condizione femminile. Se si vuole cambiare le cose, un modo c’è. L’acculturazione, la possibilità di corsi di italiano e integrazione per sole donne. Proibire, e lo sappiamo da secoli, spesso ottiene l’effetto contrario, e se parliamo di una cultura diversa dalla nostra, rischiamo una ghettizzazione che peggiorerebbe solo le cose.

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