Il petrolio mina l’ecosistema ugandese

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Il gruppo petrolifero francese Total sta mandando avanti, indisturbato, il suo progetto di più grande oleodotto riscaldato al mondo sulle rive del lago Albert in Uganda. Denominato Tilenga, il progetto prevede di scavare più di 400 pozzi petroliferi e di costruire un oleodotto di 1455 km fino attraverso la Tanzania. Le ONG denunciano i rischi elevati per l’ecosistema e le popolazioni indigene.

L’organizzazione francese “Amis de la Terre” che con la consorella “Survie” si batte contro il neocolonialismo in Africa ha appena annunciato il proseguire dell’operato di Total: “In tempi di Coronavirus, le azioni delle multinazionali rischiano di passare sotto silenzio”, denuncia in un comunicato.

La pandemia ha bloccato il ricorso

Assieme a quattro organizzazioni ugandesi, ossia Afiego, Cred, Nape e Navoda, “Amis de la Terre” e “Survie” hanno ricorso alla Corte d’Appello di Versailles (F) contro l’enorme progetto della compagnia petrolifera francese. Purtroppo il loro ricorso è pendente sin dal 16 marzo scorso quando, dopo lo scoppio della pandemia, i tribunali dell’Esagono hanno chiuso i battenti. Soltanto le questioni considerate urgenti vengono prese in considerazione. Secondo l’ONG francese comunque la vicenda non può attendere.

Intanto la Corte d’Appello di Versailles dovrà esprimersi sulla competenza del tribunale, ossia commerciale o giudiziario, e valutare se la compagnia ha violato o meno il dovere di vigilanza nei confronti della sua filiale ugandese.

I querelanti sono d’avviso che il piano di vigilanza messo in atto dalla multinazionale non avrebbe identificato i rischi delle attività in Uganda. Né avrebbe preso misure per tutelare i diritti umani in seguito a palesi violazioni che si sono verificate in loco.

Rischio di violazione dei diritti umani

Facciamo un passo indietro per inquadrare meglio la vicenda. Il contenzioso giudiziario era iniziato nel 2019 quando le sei ONG avevano denunciato Total davanti al Tribunale giudiziario di Nanterre, sempre in Francia. Accusavano il gruppo di essere venuto a meno al suo dovere di vigilanza sancito da una legge francese del 2017. Il testo prevede l’assunzione di responsabilità della casa madre nei confronti delle filiali e di appaltanti.

Il 30 gennaio di quest’anno però il tribunale in questione aveva dichiarato di non essere competente sulla vicenda, demandando la decisione ad un tribunale commerciale. La stessa posizione era stata sostenuta dalla linea difensiva di Total.  Secondo i querelanti tuttavia, il rischio di affrontare la questione solo a livello commerciale, è quello di relegare in secondo piano le violazioni dei diritti umani e i potenziali danni ambientali del progetto. Da qui il loro ricorso.

400 pozzi per 200mila barili di petrolio al giorno

Come detto il progetto Tilenga prevede di scavare più di 400 pozzi petroliferi sulle rive del lago Albert e la costruzione di un oleodotto (East African Crude Oil Pipeline) di quasi 1.500 km, verso la Tanzania. La produzione, secondo le previsioni, dovrebbe raggiungere i 200mila barili al giorno. Sono coinvolte: Total Uganda, filiale del gruppo francese, la multinazionale cinese China National Offshore Oil Corporation e la britannica Tullow Oil.

Nel mese di settembre Total aveva annunciato di aver sospeso le attività connesse all’oleodotto, dopo il fallimento di un accordo finanziario con Tullow Oil. Stando però ad “Amis de la Terre”, le società di consulenza per il ricollocamento delle famiglie danneggiate dal progetto avrebbero recentemente ripreso le attività.

Nel rapporto “Gravi mancanze per la legge sul dovere di vigilanza: il caso di Total in Uganda”, pubblicato nel 2019, l’ONG francese e “Survie” avevano denunciato la mancanza di compensazioni adeguate alle famiglie espropriate. I contadini, a cui era stato impedito di coltivare la terra, erano rimasti senza alcuna forma sostentamento. Le organizzazioni chiedono che Total sospenda le sue azioni sul terreno. Le famiglie espropriate rimarrebbero senza casa e senza attività economiche, proprio in un momento di difficoltà dovuto alla diffusione del coronavirus nel paese africano.

Attivisti minacciati

Le sei ONG denunciano, inoltre, intimidazioni nei confronti di due attivisti ugandesi e rappresentanti delle comunità, che hanno partecipato come testimoni al processo svoltosi in Francia. Già lo scorso anno i due erano stati minacciati e dopo il loro rientro in Uganda vivono in località tenute segrete.

A preoccupare però non sono solo gli effetti sociali del progetto, ma anche quelli ambientali e climatici. Gran parte delle operazioni, infatti, si svolgeranno all’interno del Parco Nazionale delle cascate Murchison, sul Nilo bianco, il cui ecosistema è già minacciato dal progetto di un impianto idroelettrico. A rischio sarebbe il sistema di zone umide, fondamentale per la conservazione di alcune specie di uccelli acquatici.

Total sostiene di aver preparato un’analisi di impatto ambientale scrupolosa e di adottare tecniche innovative per salvaguardare gli ecosistemi. Secondo le sei organizzazioni, però, l’analisi è incompleta: mancano meccanismi di attenuazione degli impatti, soprattutto indiretti. Dalla perdita di biodiversità all’inquinamento, dal rischio sismico al trattamento dei rifiuti: sono queste alcune delle conseguenze ambientali individuate dalle ONG. Le attività petrolifere, inoltre, minaccerebbero il lago Albert. Il livello dell’acqua potrebbe diminuire e la qualità peggiorare, con conseguenze sulla biodiversità e sulle attività economiche connesse al lago.

“Abbiamo un piano per fermare il progetto”

Sempre stando agli attivisti, i 1455 chilometri dell’oleodotto rischierebbero di squarciare alcuni dei parchi naturali, habitat di elefanti, leoni e scimpanzé. Le comunità locali stanno facendo quanto possibile per fermare il progetto che prevede l’attraversamento di oltre 200 fiumi e dodici foreste protette, ma la loro battaglia si arena contro lo scoglio di una delle multinazionali più potenti al mondo.

Le sei ONG stanno quindi attuando una campagna internazionale di protesta per attirare l’attenzione della comunità internazionale sul progetto controverso di Total e consociati e provare a fermarlo in tempo. “Non sarà facile, ma abbiamo un piano: Raccogliere firme, pubblicare annunci e editoriali in vista di un processo storico in Francia, collaborare con organizzazioni locali e internazionali e importanti gruppi per fare pressioni su politici e imprenditori influenti” hanno precisato “Amis de la Terre” e “Survie”.

Gemma d’Urso

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