Iniziativa UDC: suicidio economico

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Sebbene le fake news facciano parte della quotidianità, quando la popolazione è chiamata a votare su temi importanti, sarebbe opportuno un minimo di correttezza. È indubbiamente questo il caso dell’iniziativa UDC sulla limitazione dell’immigrazione, che propone a getto continuo dati spesso scorretti o perlomeno fuorvianti.

Secondo i sostenitori dell’iniziativa, l’apertura delle frontiere alla forza lavoro estera, ha avuto conseguenze negative per la popolazione indigena. Nella tabella seguente sono riportati alcuni indicatori: l’evoluzione del Prodotto interno lordo (vale a dire il valore della produzione dei beni e servizi finali all’interno dei confini nazionali), il PIL pro capite reale (al netto dell’inflazione), il Reddito pro capite reale e l’evoluzione della popolazione. Come si può vedere, l’evoluzione di questi indicatori non è – come è normale che sia – lineare ma dipende dalla congiuntura nazionale e internazionale che nel periodo 1990-2018 è stata segnata da due crisi importanti: quella della new economy all’inizio degli anni 2000 e quella dei subprime alla fine dello stesso decennio. Quindi affermare che “l’immigrazione di massa” abbia causato un peggioramento del benessere svizzero è sicuramente fuorviante. Invece si potrebbe affermare che gli accordi bilaterali hanno permesso a partire dal 2003 una forte ripresa dell’economia nazionale ed in particolare del reddito reale pro-capite fino al 2008, ma evidente una simile affermazione necessiterebbe di analisi ben più dettagliate, difficili da proporre su un quotidiano.

Possiamo però affermare con certezza che l’arrivo di lavoratori stranieri non ha peggiorato la situazione economica della popolazione svizzera. Un dato che sarebbe opportuno che i sostenitori dell’iniziativa ricordassero è che se poniamo il Pil per abitante del 1991 uguale a 100, nel 2018 questo valore era salito a 147: in termini assoluti si è passati da 54825 franchi a 80986, non proprio un peggioramento! Anche nel confronto internazionale, il nostro Paese ha registrato evoluzioni in linea con quella degli altri principali Paesi.

Fonte: Ufs

Al di là dei dati tanto cari ai sostenitori dell’iniziativa per il controllo dell’immigrazione, un’indicazione della realtà dell’economia svizzera è data dalla produttività del lavoro. Nella tabella sono riportati alcuni confronti, secondo i dati dell’Ufs.

Variazione produttività del lavoro, alcuni confronti internazionali

 1995-20172000-20072007-2017
Austria1.31.90.6
Francia1.21.30.7
Germania1.31.50.7
Italia0.30.10.1
Giappone1.31.40.8
Norvegia1.01.30.3
Portogallo1.01.30.6
Svezia1.72.60.5
Svizzera11.11.50.4
Regno Unito1.32.00.2
Stati Uniti d’America1.72.21.0
Area dell’euro (19 paesi)1.11.10.8

Sul periodo 1995-2017, i dati nazionali non si discostano molto da quelli dei nostri partner commerciali più importanti, mentre nel periodo 2007-2017, la produttività del lavoro è stata relativamente “fiacca”, pur rimanendo – in valori assoluti – a livelli elevati. I motivi di questi risultati sono attribuibili alla manodopera estera? Come ha dimostrato uno studio della Seco del 2016 (La productivité du travail en Suisse, La Vie économique, n. 1, 2016) è estremamente complesso identificare una causa unica delle difficoltà relative della Svizzera nella crescita della produttività, ma tra questi c’è senz’altro l’inserimento competitivo delle imprese svizzere nel contesto internazionale. Un’abolizione degli accordi bilaterali avrebbe quindi conseguenze penalizzanti

Fonte: Ufs

Un altro punto di vista è quello di esaminare l’evoluzione del Pil reale di alcuni cantoni (seppure su un periodo relativamente breve), particolarmente soggetti a una forte pressione di manodopera frontaliera. Come si vede Basilea (città e campagna), Ginevra e Ticino registrano andamenti diversi. Nei cantoni di Basilea (soprattutto città) i tassi di crescita sono elevati, mentre Ginevra e Ticino hanno maggiori difficoltà. Questi dati devono essere presi con prudenza, ma un elemento centrale è sicuramente la struttura produttiva dei cantoni e in Ticino questa struttura è chiaramente poco competitiva nella sua globalità.

Un altro problema che assilla gli iniziativisti è quello dei salari che, secondo loro, in Ticino sono sotto pressione a causa della concorrenza dei frontalieri. In realtà la situazione è molto più complessa.

Evoluzione dei salari in Ticino

medianaCategoria 1+2Categoria 3Categoria 4
20084929749355855198
20105015758357425183
20125091800060005217
20145125799961295363
20165262830064995683
20185163812561825544

Cat. 1e 2: quadro superiore; cat. 3: quadro inferiore; cat. 4: responsabile esecuzione lavori

Fonte: Ufs

Come mostra la tabella con i dati ufficiali dell’Ufs, tra il 2008 e il 2016 i salari sono aumentati in tutte le categorie professionali, ma hanno subito un calo tra il 2016 e il 2018. È colpa dei frontalieri? La prima cosa che possiamo affermare è che nelle altre regioni confrontati con il problema dei frontalieri, il salario in tutte le categorie è aumentato. L’unica regione dove abbiamo avuto una diminuzione (che ha coinciso con un ulteriore incremento del divario con la media nazionale) è il Ticino. La competizione dei frontalieri ha molto probabilmente avuto un ruolo, ma di chi è la colpa?

Un’indagine dello scorso anno di Falò ha dimostrato che diversi datori di lavoro approfittano di questa situazione per pagare salari ben al disotto di quanto prevede la legge e i motivi di questo andazzo sono che, da una parte, i controlli sono insufficienti e lo sono perché la politica non ha voluto un maggior numero di ispettori e, dall’altra, perché fa comodo. D’altronde una struttura economica debole e poco competitiva persegue strategie di questo tipo per rimanere sul mercato (che sul lungo periodo è perdente). Pensare che si possano risolvere i problemi limitando l’immigrazione e i lavoratori frontalieri (che contribuiscono a circa il 30% del Pil cantonale) è quindi assurdo e un vero suicido economico nel caso della disdetta degli accordi bilaterali da parte dell’Ue.

Le ipotesi degli iniziativisti sul futuro brillante della Svizzera con un’immigrazione controllata, ha la stessa possibilità di successo del fallimento della moneta unica europea che andava tanto di modo in Ticino alcuni anni fa, praticamente zero.

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