L’architettura della crudeltà

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Quello dell’architetto è un mestiere antico come cacciare, pescare, coltivare ed esplorare. Dopo la ricerca del cibo viene la ricerca della dimora. Ad un certo punto, l’uomo, insoddisfatto dei rifugi offerti dalla natura, è diventato architetto.” Ad affermarlo è Renzo Piano. Ma non del passato voglio occuparmi. Di un tempo passato dove anche Erode, definito “il re crudele”, amava l’architettura e godeva nel vedere costruire palazzi e fortezze, ma bensì dell’architettura attuale delle grandi città. Un’architettura che è diventata nemica dell’uomo, studiata e progettata per respingere e non per accogliere le persone.

Architettura nemica

Visitiamo, attraversiamo, scopriamo e amiamo le grandi città, ma sembrerebbe che loro non provino il nostro stesso sentimento. E così, credendo di poterle governare, scopriamo che sono loro a governare noi, o meglio la loro a. Un’architettura che dovrebbe farci sognare, stimolando la nostra fantasia, che dovrebbe avvolgerci e coccolarci e che invece ci fa capire in ogni momento e ad ogni angolo di non essere ospiti graditi. Spigoli, spuntoni, griglie appuntite, ostacoli posizionati perfino sulle panchine, modellano il nostro comportamento e ci obbligano a rituali predefiniti, come frettolose pause pranzo consumate in arredi scomodi, in modo da non fermarsi troppo e per fare magari ancora una capatina al supermercato o in qualche altro negozio. Perché dobbiamo produrre, ma poi anche fare il nostro dovere di bravi consumatori, evitando possibilmente di vivere e di rilassarci come forse ci piacerebbe. Combattiamo da sempre per non avere o per eliminare le barriere architettoniche e ora scopriamo che esiste proprio un’architettura voluta per creare disagio agli abitanti di questa o quella grande città del mondo. Città che appartengono ai loro abitanti e che si trovano in un mondo che è di tutti noi. O quasi.

Urbanistica ostica

Le metropoli odierne sono perlopiù guidate da tecnocrati ossessionati dal decoro, dall’ordine, da ambienti dove tutto spinge a conformarsi, sia alla volontà politica che alle grandi aziende. Niente più ideali, niente più anarchia comportamentale, niente più spazio alla creatività, tutti incanalati e inghiottiti nella metropoli. L’uomo rimane in secondo piano, anche lui facente parte dell’arredo. Più di una volta ci siamo imbattuti in panchine con ostacoli per impedire ai senzatetto o chiunque altro di sdraiarsi. Un po’ come si fa sui cornicioni con i piccioni. A Londra una catena di supermercati ha installato delle borchie appuntite per tenere a debita distanza i senzatetto senza scomodare la polizia. Questo è solo uno degli esempi che ha fatto sorgere a Langdon Winner, nel suo saggio del 1986 “Può un oggetto inanimato essere politico?” la seguente domanda: “Una porta scorrevole, uno spartitraffico o una panchina possono rappresentare un’idea di autorità e creare rapporti di potere e non solo nella gestione neutrale dello spazio pubblico?”. Buona domanda, ma noi ce la siamo mai posta? Probabilmente no. Forse troppo impegnati a lavorare, produrre, consumare, e a seguire ogni giorno lo stesso tragitto, senza guardarci troppo intorno.

Le trappole dello spazio pubblico

Non ci accorgiamo più di nulla. Tra le capitali mondiali di questo modo d’intendere l’architettura urbana c’è Londra, con l’inserimento nell’ambiente cittadino delle cosiddette “orecchie di porco” (Pig ears) e “muretti bombati” usati entrambi come deterrenti per gli skaters, oltre alle panchine con poggiabraccia per evitare che ci si sdrai sopra, un comportamento inadeguato e un’immagine poco decorosa per i numerosi turisti che ogni giorni affollano le città. A Oxford in Cornmarket Street, la principale via commerciale della città, sono state posate delle panchine a mezzo metro di altezza, con lo schienale verticale, inframezzato da sbarre, per impedire a chiunque di sedersi in comodità, ma soprattutto di sdraiarsi. E sempre lì, alle fermate dei bus, le panchine hanno un’inclinazione tale da non poter sostare o appoggiare neppure le borse della spesa. Spazi ristretti e scomodi, dove l’oggetto ha una sola funzione predefinita e progettata a tavolino e che non lascia nessun margine di creatività all’utente. Ti viene detto dove sederti, dove sostare, dove puoi camminare e dove non ti puoi fermare. Non solo Londra respinge gli indesiderabili, anche Tokyo, la capitale giapponese con i suoi bei giardini Zen, riesce a raggiungere insperati livelli di masochismo, rendendo la vita non semplice ai propri abitanti, posando come arredo urbano delle panchine in acciaio, roventi d’estate e gelide d’inverno, dove sedersi diventa una sfida. Un chiaro manifesto di metallo che dice: “Giri al largo chi non ha niente di meglio da fare, o nulla da comperare”. Tutti in fila per due, seduti dritti per quel che serve, adeguandosi alla disciplina urbana prestabilita.

Il “problema” degli adolescenti

Anche gli adolescenti che non sono ancora integrati nel circolo vizioso educazione-produzione-consumo sono ormai persone “non grate”. Anche loro hanno le loro belle gatte da pelare e incrociano spesso sul loro cammino deterrenti che annacquano la loro creatività anarchica di voler esplorare spazi, con uno skate o senza. Una ditta gallese pensando agli adolescenti come a un problema da dover risolvere, ha ideato e lanciato sul mercato una scatola che emette un fastidioso ultrasuono che dovrebbe risultare molesto. Il Regno Unito del resto è maestro in questo esercizio e a Nottingham, per evitare assembramenti e far sì che i giovinastri non si fermino a bere e a baciarsi nei sottopassaggi stradali, hanno installato una luce rosa che mette in evidenza le imperfezioni della pelle e soprattutto l’acne, accentuando quelli che possono essere dei complessi fisico per gli adolescenti. L’architettura della crudeltà fa quindi il lavoro sporco e “politico”che le istituzioni, le quali dovrebbero prendersi cura dei propri cittadini, non vogliono più fare. In tal modo vengono smistati gli individui verso le due uniche funzioni esistenziali che gli vengono concesse: lavorare e consumare. Consuma e lavorare. Meditiamo gente, meditiamo.

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