Lo sport metterà in ginocchio Trump?

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Nulla è cambiato negli USA da 6 settembre di 3 anni fa, quando Colin Kaepernick dei “S. Francisco 49” ha messo il ginocchio a terra per protestare contro la discriminazione razziale e la brutalità della polizia mentre i suoi compagni, durante l’inno nazionale, avevano la mano sul cuore.

“Troppi cadaveri per strada, e gente che la fa franca”, aveva detto Colin, figlio di un afroamericano e di una bianca. (eggi qui sotto)

Ora, dopo l’ennesima dimostrazione di totale disprezzo per la vita dei neri (black lives do not matter) con un poliziotto che spara 7 colpi alle spalle di Jacob Blake che sale in macchina, il grande sport USA del football, del basket, del baseball, in prevalenza nero, ma anche dell’hockey, bianco,e del calcio, misto, si è mosso. Il tutto sta rientrando nella normalità, ma i pochi giorni di sospensione hanno comunque destato notevole impressione: ora i drogati del nuovo oppio, gli “sports-addicted”, sanno che i loro eroi hanno una testa per pensare anche al contesto sociale. Sgranocchiando pop-corn e analoghe “pietanze” sanno che potrebbero anche sprofondare invano nel sofà in attesa delle eroiche imprese dei loro beniamini incaricati di animare le loro vite di sudditi. E’ durata poco, è vero, lunedì tutto è rientrato nel “business as usual”, nella poco normale “normalità”, ma il segnale è stato chiaro.

Poi la realtà dei rapporti di forza è emersa. I padroni delle grandi squadre a parole sostengono i campioni afro-americani, ma poi minacciano la serrata, impaurendo chi ha osato uscire allo scoperto come ha fatto Kaepernick, che da qual momento è stato trattato come un appestato, anzi come un”infame” di memoria mafiosa, esattamente come Tommi “Jet” Smith e John Carlos che si presentarono sul podio di Città del Messico nel 1968 a testa bassa e con il pugno teso fasciato di un guanto nero. La lunga mano della CIA li aveva poi tormentati a lungo, il presidente del Comitato Olimpico Avery Brundage, noto suprematista bianco, li aveva espulsi con ignominia. Entrambi avevano poi esteso il loro ostracismo anche all’australiano Norman che aveva condiviso la protesta.

A maggior ragione fa male al cuore sentire Charlie Yelverton, il primo che a Portland aveva osato una protesta del genere, rinnegare il suo gesto. Arrivato a Varese, molto noto anche nel mondo del basket ticinese, Yelverton si dichiara ora pentito e afferma che la protesta è strumentale, “un enorme campagna d’odio contro il presidente degli Stati Uniti Trump”.

Il quale Trump, dopo aver invitato Kaepernick a cambiare paese, non si sposta d’un millimetro dalla sua linea, che è comunque, in questo caso, astuta e si collega a un dogma olimpico: lo sport deve essere separato dalla politica. Come la rivolta, la ribellione violenta deve essere separata dalla vita politica: sino a quando la politica, diventata dittatura cancella la democrazia e diventa insopportabile. Poco è cambiato nel Paese della Libertà da quando, nel 1904, alle Olimpiadi di St. Louis, gli americani avevano istituito dei giochi “etnici”paralleli, con pellerossa, pigmei, altre tribù (asiatiche a africane) impegnate in competizioni da baraccone e con i maratoneti sudafricani di etnia bantù Lentaw e Yamani azzannati in corsa “by two large dogs”, due enormi cani che un signore del posto aveva liberato per l’occasione.

Solo le prossime votazioni ci diranno sino a che punto la vastissima platea dei tifosi avrà recepito il messaggio espresso da molti grandi campioni. Senza illusioni: magari qualcuno vota Trump proprio perché qualche “star” lo ha privato del suo oppio quotidiano.

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