Maria Paola, uccisa dal morbo della transfobia

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Infettata. Così il fratello di Maria Paola Gaglione l’ha definita dopo averla, parrebbe, speronata in sella al motorino su cui era insieme al fidanzato Ciro, provocandone la morte a causa della caduta. E no, Maria Paola non aveva il Covid, né qualche altra malattia infettiva, e forse, se c’è qualcuno ad essere ammorbato dal virus della crassa ignoranza è solo il fratello Michele. Il motivo? Ciro è un ragazzo transessuale. Un “masculillo”, come lo definiva la famiglia di lei, che non ha mai accettato la relazione. La chiamavano lesbica, non accettavano la relazione con una persona che ai loro occhi è una donna, erano arrivati a dire di preferirla morta, a minacciare la madre di lui. 

E non è bastato, a Michele, che sua sorella giacesse sul selciato, già senza vita: si è accanito su Ciro, l’ha picchiato mentre era ancora a terra. Fermato, ha detto che voleva solo “dare una lezione a sua sorella”. 

Si  muore così, a Caivano, in provincia di Napoli. Si muore perché si ama la persona “sbagliata”, una persona la cui sessualità non viene accettata, ma considerata quasi un marchio d’infamia, una malattia in grado di “infettare”, di contaminare altre persone. E sul caso, anche il giornalismo italiano, bisogna dirlo, è riuscito a dare il peggio di sé: “l’amica trans”, “Cira”, “la fidanzata trans”, “una coppia LGBT”. Tutto, pur di non ammettere l’esistenza delle persone transessuali, uomini e donne prigioniere in un corpo che non sentono loro, inchiodate a una condizione biologica di genere opposta a quella in cui si riconoscono. Pur di non dire che un uomo o una donna transessuali sono semplicemente un uomo e una donna, a prescindere da quale fosse il genere biologico di nascita. 

Per la famiglia di Maria Paola, Ciro era anormale. Ma Ciro era solo un uomo, nato nel corpo di una donna, e che quel corpo aveva infine trasformato, adeguato al proprio sentire, alla propria identità sessuale. Un uomo, semplicemente un uomo, al di là di ogni tentativo di affibbiare etichette per sottolineare la diversità, la differenza, la non-conformità al sentire comune inchiodato al binomio uomo/donna biologicamente definito.

Un ragazzo che amava un’altra ragazza, una coppia che in un Paese, in un mondo civile sarebbe una fra tante. E invece, questa coppia è finita schiantata sull’asfalto, distrutta dall’ignoranza prima ancora che dai calci del fratello di lei, vittima di un pregiudizio che ancora nel 2020 è duro da essere estirpato. Si parla veramente  troppo poco della transessualità, come se fosse un argomento tabù su cui pesa ancora un giudizio di anormalità, di “devianza” delle persone transessuali, un velato ostracismo verso l’idea che l’identità di genere non debba necessariamente corrispondere con il genere biologico, per non parlare dell’immediato collegamento con la prostituzione. Si fa fatica ancora anche a definire le cose con il loro nome, dicevamo, persino a usare correttamente i pronomi, “lui” per un ragazzo trans, “lei” per una ragazza. Come se  fosse sempre necessario usare le virgolette o l’osceno “lui/lei”, o sottolineare sempre e comunque che prima di avere un pene aveva una vagina, e viceversa, come se ci si ostinasse davvero ad inchiodarsi alla pura e semplice anagrafica e alla biologia anzichè prendere in considerazione il reale sentire delle persone, ciò che provano, ciò in cui, soprattutto, identificano se stesse. 

Ed è così che è morta Maria Paola: perché per la sua famiglia, Ciro era solo “un anormale”, un “uomo a metà”, un “masculillo”. E non importa che quel ragazzo adesso pensi, viva, ami da ragazzo e non più da ragazza: per molti, le persone trans, semplicemente, non esistono. Come oggi, non esiste più Maria Paola.

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