Non si può morire così

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Daniel era un pover’uomo con gravi problemi psichiatrici, uno dei tanti, per cui non c’è aiuto o comprensione. Vagava nudo per strada, la polizia di Rochester (new York) lo ha arrestato, ammanettato, incappucciato e steso a terra. Un agente gli premeva il cappuccio con due mani mentre l’altro gli premeva un ginocchio sulla schiena.

Il cappuccio era di stoffa e pioveva. Daniel sentiva gravare sulle ossa l’asfalto e l’acqua che entrava dal tessuto, come in un waterboarding*, gli ha impedito di respirare. Daniel come George Floyd ha cercato disperatamente di liberarsi. Lo immaginate? Il senso di soffocamento, l’impotenza, le mani che vi stringono mentre perdete le forze e conoscenza.

Due minuti ha resistito Daniel, solo due minuti. Tipo fiacco, no?

Hanno provato a rianimarlo anche in ambulanza mentre lo portavano all’ospedale ma quell’ostinato imbecille è morto.

Era marzo. Fa freddo a Rochester a marzo, scende pioggia mista a nevischio, lo vediamo nel video in cui quel corpo nudo si rotola sull’asfalto gelido. Prima di essere schiacciato a terra grida al poliziotto “stai cercando di uccidermi”.

No, Daniel, stupido, non cercava, ci è riuscito.

Daniel era in visita alla famiglia. Lui stava a Chicago, la città del lago Michigan e di Al Capone. Era stato il fratello a chiamare la polizia perché Daniel, affetto da turbe psichiche era scomparso da casa “Ho fatto una telefonata per chiedere aiuto, non perché mio fratello venisse ucciso”. Ha dichiarato l’uomo.

41 anni aveva il povero Daniel dal cervello in cui ronzavano imbizzarrite le vespe della follia. Una vittima doppia, di un sistema sanitario inesistente e di metodi polizieschi brutali, in un Paese dove un diciassettenne armato di fucile mitragliatore può tranquillamente andare a una manifestazione, freddare due persone, ferirne un’altra e non essere nemmeno fermato dalla polizia.

Ma dove se sei nero e nudo per strada puoi lasciarci facilmente le penne.

C’era nevischio mischiato alla pioggia quella notte di marzo, quando è successo. La famiglia ha pubblicato il video a posteriori, dopo la storia di George Floyd, nella speranza di avere giustizia, visto che gli agenti che hanno causato la morte di Daniel sono ancora in servizio. C’è il video di quella notte, è un video doloroso, come quello di Floyd, un video che ci fa soffocare insieme a lui e che ci vede impietositi di fronte a quella nudità gelida e inusuale, sull’asfalto tra casette di mattoni rossi. (guarda qui sotto)

I lampeggianti rossi e bianchi della polizia sottolineano la scena, come i punti e le linee di un “SOS” immaginario, che si perde tra le gocce ghiacciate. È pure carina Rochester, coi palazzi di vetro e le periferie curate, il fiume e la cascata che la attraversano. Nella contea di Monroe è gente pulita e austera.

Ora le vespe non ronzano più arrabbiate nella testa di Daniel Prude, anni 41, sono esanimi e rinsecchite, come gli insetti abbandonati negli angoli nascosti delle case, tra riccioli di polvere e ragnatele. In quel momento immobile, il nevischio misto ad acqua continua a cadere leggero e greve al contempo. Cerca di coprire questa morte come quelle di tanti altri afroamericani, in uno stillicidio continuo, in cui è la paura a farla da padrone e i genitori insegnano ai figli come comportarsi con la polizia per non essere ammazzati, ma non sempre basta. In un Paese in cui la Costituzione permette ad ogni cittadino di detenere armi quasi senza controllo, la polizia agisce di conseguenza. Prima spara e poi chiede i documenti. Solo durante l’emergenza Covid, sono state vendute un milione di armi in più rispetto all’anno precedente. La paura la curano così, gli statunitensi, noi compriamo pasta e riso, loro pistole.(leggi qui sotto)

Messe da parte le considerazioni e i perché, che conosciamo già bene, rimane ogni volta l’angoscia di morti inutili che diventano simboliche, perché urlano al posto delle migliaia di morti degli anni, dei decenni, dei secoli passati. A Montgomery, Alabama, c’è un memoriale dedicato agli afroamericani uccisi e linciati dalla folla. Un terribile monumento simile a quelli dell’Olocausto. Storie di schiavi e di reietti e poi di uomini liberi che liberi non sono mai stati. Storie di gente appesa, fucilata, bruciata, mutilata, torturata.

Qualcosa deve cambiare negli Stati Uniti per far terminare questo massacro secolare e non sarà una ricca borghesia nera a cambiare le cosa, non solo. Nemmeno un presidente afroamericano è bastato. Serve la coscienza collettiva di tutti, serve un lavaggio globale di coscienze, serve più uguaglianza anche per i bianchi poveri, spesso i più razzisti, per ignoranza e paura. Serve che qualcosa sciolga la neve per far sì che l’erba e i fiori crescano prima timidi e poi rigorosi in una stagione luminosa che ha poche probabilità di vedere la luce ma è lì, in attesa. Sotto il nevischio.

*Pratica di tortura, usata anche dai militari USA e dalla CIA, ad esempio in Afghanistan, consistente nel mettere uno straccio sul volto della vittima e versarvi sopra dell’acqua, la sensazione è di soffocamento, di solito si interrompe prima che la vittima perda conoscenza.

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