USA Civil War II/12

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Nota della Redazione:

Cari lettori, presentiamo, a puntate, un’operazione audace e temeraria, quella di Alessandro Boggian (già presidente dei Verdi ticinesi), un racconto di fantapolitica che ha i giorni contati. Boggian infatti si cimenta e si lancia, spericolato narratore, nella cronaca delle elezioni americane, che avranno luogo a novembre di quest’anno. Un racconto che GAS accoglie di buon grado anche perché in grado di evocare fantasmi che dormono da decenni nelle anime delle forze progressiste mondiali.

Una cronaca che seppur nell’ambito della fantapolitica, mantiene saldo un fil rouge realistico un racconto che, nella sua agghiacciante plausibilità, fa venire i brividi e ci fa sperare che i fatti, stavolta, non sfoceranno nella fantasia come purtroppo spesso accade. Un’avvincente lettura che tiene davvero col fiato sospeso, un regalo estivo avvelenato, per tenere sveglie i nostri lettori e ricordare loro che anche nella requie agostinea, il male continua a serpeggiare infido e pernicioso nel sottosuolo della politica internazionale.

Buon divertimento.

2021 – Cronaca dell’inizio della Seconda Guerra Civile Americana (segue dalla precedente puntata: USA Civil War II/11)

Giovedì 7 gennaio

Il vice-presidente Mike Pence si è allontanato da Washington per ragioni che alcuni giorni dopo diventeranno chiare per tutti. Si è rintanato ad Indianapolis, capitale dello Stato dell’Indiana dove era governatore prima di diventare vice-presidente, e non lontano dalla sua natia Columbus, assieme ai suoi fedelissimi e agenti del Servizio segreto. Nel frattempo, Chuck Grassley che ha il compito di presiedere il Congresso, ha lasciato l’ospedale e ha riunito ciò che resta del Congresso, ormai composto soltanto dagli eletti repubblicani e nemmeno da tutti gli Stati dell’Unione. E’ ormai evidente a tutti che le istituzioni sono allo sfacelo e nessuno capisce come procedere con ordine. Il quorum alla Camera dei Rappresentanti, necessario per leggere il nuovo presidente, non può essere raggiunto e si decide di rimandare la questione fino a che non sarà risolta la crisi.

Il presidente Trump nel frattempo è infuriato. Impossibilitato a comunicare tramite Twitter, visto che il suo account è stato sospeso, e con la maggior parte dei giornalisti che ormai si rifiutano di ascoltarlo, non sa più come raggiungere la sua base, se non attraverso siti Internet e la rete dei suoi propagandisti. Persino Fox News, anche a seguito della crisi di settembre dell’anno precedente, quando Trump chiese le dimissioni di una sua corrispondente per avere detto la verità su Trump in merito ai suoi insulti ai soldati morti in guerra, è diventata meno succube delle sue farneticazioni. Si scopre che Fox News ha aperto un nuovo ufficio a Indianapolis per seguire da vicino Pence, sempre più in odore di diventare presidente pro-tempore tra meno di due settimane.

Venerdì 8 gennaio

Come da previsioni, ciò che resta del Senato procede all’elezione di Mike Pence alla carica di vice-presidente degli Stati Uniti d’America. Questa è la prima decisione formale dalle elezioni in novembre. Secondo la costituzione, il 20 gennaio prossimo, sempre che nel frattempo non viene eletto Trump, cosa assai improbabile, Pence verrà eletto presidente pro-tempore fino a quando la Camera dei Rappresentanti non eleggerà il presidente. Evidentemente Joe Biden non accetta la decisione e chiede che i voti da tutti gli Stati vengano contati e che eventualmente siano le legislazioni statali ad eleggere i membri del collegio elettorale, come prevede la legge. Questo non assicura l’elezione di Joe Biden, ma almeno ristabilirebbe l’ordine costituzionale. Nel frattempo tutti i governatori democratici, assieme ai governatori repubblicani del Massachussetts, New Hampshire, Vermont e Maryland, scrivono una lettera al Congresso con copia a Mike Pence chiedendo che venga ristabilito l’ordine costituzionale e il ritiro immediato di tutte le milizie federali, la liberazione dello Stato di New York e che la Guardia Nazionale venga nuovamente messa sotto il comando degli aiutanti generali degli Stati, i cosiddetti TAG, che comandano la Guardia Nazionale nei rispettivi Stati sotto la supervisione dei governatori. Lo stesso fanno i governatori repubblicani dell’Arizona, Utah e Indiana, ma con toni meno perentori, mandando copia anche al presidente Trump. A loro volta, i rimanenti governatori repubblicani rimasti fedeli a Trump, 18 in tutto, rassicurano il presidente di rimanere fedeli alle istituzioni, rispettando il risultato elettorale che, secondo loro, darebbe Trump vincente. Si nota subito la mancanza di qualsiasi reazione da parte del governatore dell’Alaska, anch’egli repubblicano, almeno sulla carta.

Nonostante la rassicurazione da parte dei 18 governatori, Donald Trump si sente sempre più isolato, circondato solo dai famigliari, dal suo Procuratore generale Bill Barr, il suo Capo di gabinetto Mark Meadows, il suo Segretario alla difesa Anthony Tata, la sua portavoce Kayleigh McEnany e i suoi agenti del Servizio segreto. La Guardia Nazionale della capitale è, istituzionalmente, sotto il suo diretto comando e chiede ulteriori rinforzi per consolidare le difese attorno a Washington. Ordina arresti di massa di buona parte della popolazione black e di avversari politici e giornalisti che vengono deportati in una località segreta del West Virginia.

Nel frattempo a Portland nell’Oregon si riuniscono i governatori di Washington, Oregon e California ufficialmente per discutere misure di prevenzione e condotta in merito ai roghi che hanno devastato questi Stati nel settembre scorso. In verità discutono di ben altro come si verrà a sapere nelle settimane successive.

Sabato 9 gennaio

Presso la sede del Pentagono ad Arlington in Virginia si riunisce lo Stato Maggiore Congiunto (SMC) con a capo il generale Mark Milley, presenti il suo vice, il generale John Hyten e i capi dell’Esercito, dei Marines, delle Operazioni navali, delle Forze aeree, della Guardia nazionale e della neocostituita Operazioni spaziali, con in aggiunta il comandante della Guardia costiera. Per quanto le forze armate abbiano sempre inteso rimanere al di fuori delle questioni politiche, il presidente Trump le ha sempre fortemente politicizzate vedendoli come i suoi “soldatini”, tant’è vero che alla sua inaugurazione nel 2017 volle una parata militare “in stile Corea del Nord”, per onorarlo.

Va detto che lo stesso generale Milley, nominato da Trump con il parere contrario dell’allora Segretario alla difesa James Mattis e del predecessore di Milley, ha successivamente mostrato distacco nei confronti di Trump, specialmente dopo essere stato costretto a partecipare alla famigerata uscita di Trump dalla Casa Bianca il 1. giugno scorso per farsi fotografare davanti alla chiesa di Lafayette Square con una Bibbia in mano. Milley, tra l’altro, è stato nel 2019 a capo di una commissione che ha studiato gli effetti del cambiamento climatico sulle forze armate americane, mettendo in risalto il rischio del collasso delle infrastrutture militari entro vent’anni, senza contare il rischio che porrebbe una probabile pandemia incontrollata. Nel suo discorso introduttivo, Milley ha subito messo in chiaro che le forze armate restano fedeli alla Costituzione e non al capo delle forze armate, ovvero il presidente degli Stati Uniti. Il rancore tra molti militari contro Trump era sentito, specie dopo le rivelazioni del settembre scorso che misero in risalto il suo disdegno verso i veterani, i deceduti e persino gli invalidi di guerra. Il vice-capo il gen. Hyten, dissente però da questa proposta dicendo che il controllo politico dell’esercito, specie ora che il Congresso è assente, è di competenza del presidente. A questo parere si aggiunge il generale Raymond, capo delle Operazioni spaziali, e soprattutto il potente capo dell’esercito, generale James McConville, il quale non riconosce Mike Pence quale capo delle forze armate, rimanendo fedele a Donald Trump. Il capo della Guardia Nazionale, generale Daniel Hokanson dissente invece totalmente dicendo a chiare lettere che Trump è finito politicamente e non merita alcun sostegno da parte dello SMC. D’accordo con Hokanson è anche l’ammiraglio Michael Gilday nonché il generale Charles Q. Brown Jr., capo delle Forze aeree e primo membro black della storia dello SMC.

La riunione dello SMC, che sarà anche l’ultima in assoluto, arriva ad un nulla di fatto, senza che si arrivi alla decisione di sostenere l’esecutivo in essere o quello a venire. Anzi, in serata arrivano notizie dalla California dove la 91a divisione, stazionata a Fort Hunter Liggett e il famoso 11. reggimento di cavalleria meccanizzata a Fort Irwin, comunicano che mentre sono in attesa di chiarimenti, prenderanno provvisoriamente ordini dal TAG della California. Di fatto, la decisione di sottoporre il comando delle basi alle autorità dello Stato della California, è un atto di ammutinamento nei confronti dello stato maggiore dell’esercito americano.

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