Vittorio Emanuele III, bell’esempio reale

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Facciamo un salto nel passato. Siamo in Italia, nel 1943, ancora in piena seconda guerra mondiale. A regnare nel Bel Paese dal 1900 c’è Vittorio Emanuele III, della casata nobiliare dei Savoia.

Nell’ottobre del 1922 il re italiano incarica il dittatore fascista Benito Mussolini di formare il nuovo governo nell’ottica di fermare i movimenti popolari, i partiti di sinistra, i sindacati che dal 1920 stando prendendo sempre più forza. Il resto della storia lo si può leggere nei libri di scuola: è parte della grande storia. La dittatura fascista. L’entrata in guerra al fianco dell’alleato nazista. Tutte le libertà politiche e sindacali vengono annullate, gli oppositori incarcerati o uccisi con il gran plauso di latifondisti e industriali.

Vittorio Emanuele III e la sua corte godono di riflesso delle azioni di Mussolini. Il “reuccio”, così definito dal popolo per la sua scarsa altezza e altrettanto scarso spessore politico, diventa nel 1936, grazie al duce, Imperatore d’Etiopia e nel 1939 re d’Albania. Quando la situazione bellica diviene insostenibile e gli Alleati avanzano su tutti i fronti, siamo al 25 luglio del 1943, il re sfiducia Mussolini, facendolo addirittura arrestare e trasferire sul Gran Sasso, e incarica un vecchio arnese come il Maresciallo Badoglio di costituire un nuovo governo.

Dopo poco più di un mese, l’8 settembre, Badoglio ufficializza la firma dell’armistizio con gli Alleati. Alle prime luci dell’alba del giorno successivo un lungo corteo di macchine lascia Roma in direzione Pescara: tutto il governo, il re e la sua corte, i comandanti militari scappano lasciando l’esercito italiano senza ordini. Vittorio Emanuele era anche il capo delle forze armate e così, in quel momento l’Italia intera si ritrova in balia della rabbia dell’ex alleato tedesco e sull’orlo di una guerra civile.

Il governo reale ed i suoi accoliti si imbarcano sulla piccola corvetta “Baionetta” alla volta di Brindisi dove erano già arrivate le truppe alleate. Si trattò di un vero e proprio “assalto alla diligenza”, si racconta di litigi a suon di sberle e spintoni che i vari esponenti della nobiltà, della politica e dell’esercito effettuarono per avere la possibilità di imbarcarsi su di una nave che non poteva trasportare tutti.

Molti storici che hanno studiato quel periodo ritengono inoltre che la fuga da Roma del re e compagnia bella venne addirittura concordata con i tedeschi occupanti. Come era possibile che il lungo e vistoso corteo di macchine non fu fermato ai posti di blocco già istituiti intorno a Roma dall’esercito nazista?

Il governo Badoglio ebbe un mese e mezzo di tempo (dal 25 luglio all’8 settembre) per preparare l’esercito italiano al nuovo scenario e nulla fece, non diede nessuna direttiva. Seguirono diciannove lunghi mesi in cui truppe tedesche con l’aiuto determinante dei fascisti e di un redivivo Mussolini, effettueranno le più orrende stragi di cittadini e militari italiani.

Il re scappò dalle responsabilità, scappò dai tedeschi e l’onore della povera Italia lo salvarono gli antifascisti di sempre e quei giovani che scelsero di andare in montagna a combattere i nazifascisti, facendo una chiara scelta di parte, i partigiani, appunto.

Nel 1946 Vittorio Emanuele III abdicò a favore del figlio, Umberto II. Ma questa mossa non servì a molto perché il 2 giugno di quell’anno la popolazione con un referendum affossò per sempre la monarchia scegliendo la Repubblica, cancellando i Vittorio Emanuele, gli Umberto e tutti i re che avevano contribuito a mandare a rotoli una nazione. Ecco perché, tornando al presente, vale sempre la pena di tenere a mente certi personaggi e le loro storie esemplari, figure regali tutt’altro che nobili d’animo, loschi individui che possono tornare a far danni o ad essere al centro di vicende grigissime proprio com’è capitato in occasione della recente e disonorevole fuga dalla Spagna, per sottrarsi alla giustizia, di Re Juan Carlos di Spagna.

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