2030: quel che sarà, sarà

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2030 uno

Sono passati 10 dalla crisi del coronavirus. Che bilancio possiamo trarne? Semplice: non è cambiato nulla, o quasi e sicuramente non in positivo. Il Ticino arranca come sempre, impegolato in dinamiche politiche secolari. I salari sono sempre decisamente più bassi rispetto al resto del paese, la disoccupazione è sempre sopra la media nazionale, la struttura produttiva è sempre “a rimorchio”. Certo i conti dello Stato sono sotto controllo, ma a prezzo di tagli importanti dal lato degli investimenti e della spesa corrente. Molti investimenti previsti sono stati abbandonati. Il trend dei giovani che dopo gli studi non tornano in Ticino è proseguito inesorabilmente, anche perché USI e SUPSI lasciano a desiderare e continuano ad essere feudo di CL. Anche il master in medicina non ha riscontrato il successo sperato.

Il numero dei frontalieri è rimasto stabile, ma questi lavoratori si sono fatti furbi. Hanno capito che il loro contributo è indispensabile per l’economia ticinese e ora pretendono stipendi in linea con quelli locali, impieghi comunque quasi sempre a basso valore aggiunto.

Sul piano politico siamo alle solite. La Lega ha subito una contrazione a favore dell’Udc e Tuto Rossi e Sergio Morisoli hanno fondato un nuovo partito: “prima il boccalino ticinese” ma senza grande successo. Le altre forze politiche? Non pervenute.

2030 due

La pandemia ha modificato profondamente il nostro destino, in meglio. Quasi per miracolo, le forze politiche cantonali hanno capito che bisogna approfittare dell’occasione e sono riusciti ad accordarsi su un New Deal ticinese, che ha permesso di rilanciare la nostra economia nella giusta direzione. La struttura formativa è stata profondamente modificata e anche se USI non esiste più, ora ci sono centri di ricerca di buon livello, che si occupano di trasferire nel nostro sistema produttivo le sfide della green economy (in senso lato) e hanno generato diverse start up decisamente competitive. L’economia non è più centrata sul turismo e su settori a basso valore aggiunto e i giovani qualificati (anche stranieri) tornano a lavorare in Ticino. Società internazionali di capitale a rischio sono interessate alla realtà produttiva ticinese.

Tutto questo grazie a massici investimenti pubblici, che dapprima hanno incrementato il debito pubblico, ma poi grazie al forte aumento dei redditi (oggi la maggior parte degli stipendi sono in linea con quelli nazionali), le entrate fiscali (persone giuridiche e fisiche) hanno permesso di addirittura creare dei surplus di bilancio.

I partiti tradizionali sono praticamente scomparsi e grazie all’ingresso in politica di giovani preparati, esiste un’identità di vedute su quello che deve essere il nostro futuro, pur all’interno di un dibattito democratico acceso ma civile.

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