Legge C02, tempo non ne abbiamo

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Il 6 ottobre 2020 il Parlamento ha approvato la nuova revisione della Legge federale sulla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra (legge sul CO2). 

Questa revisione non è però piaciuta a tutti ed è sotto attacco da due fronti contrapposti. Un primo referendum è stato lanciato dagli ambienti economici di destra, che vedono le ulteriori limitazioni, tasse e compensazioni come una minaccia alla loro produttività e al loro reddito. Il secondo referendum è stato lanciato da alcuni gruppi regionali di Sciopero per il Clima, che ritengono che la revisione sia insufficiente a contenere il surriscaldamento globale. Se da un lato nessuno si aspettava che i rappresentanti dell’industria dell’aviazione, dei trasporti, del petrolio e dell’edilizia saltassero dalla gioia di fronte a questa revisione, la mobilitazione dei movimenti climatici merita qualche riflessione. 

Gli attivisti hanno ragione nel dire che le misure prese non sono sufficienti. La nuova legge si prefigge di limitare il surriscaldamento globale a 1.5°C rispetto all’epoca preindustriale riducendo le emissioni di gas a effetto serra e aumentando in vari modi le capacità di assorbimento del CO2. Dal mio punto di vista di climatologa e come sottolineano gli studi del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), questo non è abbastanza. Per rimanere entro la soglia di 1.5°C bisognerebbe azzerare le emissioni entro il 2030 e contemporaneamente assorbire una parte del CO2 già presente nell’atmosfera. Inoltre, la legge ammette molti compromessi, mostrandosi tollerante nei confronti di quei settori che emettono importanti quantità di CO2 quali l’aviazione, i trasporti, il settore energetico e l’edilizia. 

Sebbene la revisione sia piuttosto deludente, bisogna riconoscere che presenta delle migliorie: rispetto al testo precedente, quello attuale contiene 26 nuovi articoli, molti dei quali si applicano al traffico pesante e al settore dell’aviazione, chiarendo obiettivi e provvedimenti che vanno nella giusta direzione. La revisione istituisce inoltre il Fondo per il clima, i cui proventi verrebbero impiegati nella riduzione delle emissioni di gas serra e nella promozione della ricerca. 

Le mie esperienze in diversi gruppi ambientalisti mi hanno insegnato che gli attivisti tendono talvolta all’eccesso ideologico a scapito della pragmaticità. La gravità della crisi climatica rischia di farci cadere in trappola. Infatti, il referendum metterebbe in pericolo la politica climatica svizzera senza portare nulla di positivo, come è stato sottolineato anche da PS, PLR, PPD, Verdi e Verdi liberali. Se la popolazione dovesse esprimersi in sfavore della revisione, ci sarebbero due scenari possibili: 

1) Il Parlamento riprenderà le discussioni in merito e, plausibilmente dopo diversi anni, approverà una nuova revisione più soddisfacente ma, ahimé, tardiva. Ridurre le emissioni del 50% entro il 2030 sarebbe impossibile, tenendo conto dei soli dieci anni di tempo restanti. 

2) La ridiscussione del Parlamento darà come esito una legge ancora meno soddisfacente, magari in linea con le richieste degli ambienti economici di destra che, non dimentichiamocelo, hanno a loro volta lanciato un referendum. Il gioco è politico e vince chi è più scaltro. 

Per evitare il verificarsi di questi scenari, è importante che la comunità scientifica lanci un messaggio. La situazione è drammatica ora più che mai e di tempo da perdere non ne abbiamo. Accettiamo i passi in avanti anche se piccoli e pensiamo a come procedere e agire propositivamente. Bloccare tutto non ci servirà.

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